LA PASQUA EBRAICA E LA PASQUA CRISTIANA: FESTA DELLA LIBERAZIONE E DELLA RESURREZIONE

L’Aquila, 30/03/2010 - La Pasqua ebraica e la Pasqua cristiana: festa della Liberazione e della Resurrezione. Speciale Pèsach dell’anno ebraico 5770 e Santa Pasqua del Signore 4 aprile 2010. Due feste diverse ma intimamente connesse alle realtà celesti. Come si svolge la Pasqua ebraica che inizia stasera? “Leshanà habbà beJerushalaim”, l'anno prossimo a Gerusalemme. In queste feste non bisogna dimenticarsi dei poveri e di coloro che abbiamo trattato male: occorre riconciliarsi con tutti, pena l’inutilità di tutto il resto. La storia di un conflitto storico-giuridico sulla data della Pasqua.
Se per gli Ebrei la festa di Pasqua ricorre ogni anno il 14 del mese di Nissan per celebrare l’uscita dall'Egitto, la Pasqua cristiana commemora invece la Passione e la Risurrezione di Gesù Cristo, che secondo la tradizione cristiana ebbe luogo proprio durante la Pasqua ebraica, 1970 anni fa, secondo il calcolo più corretto, ossia nell’Anno Domini 30 e non 33. Per questo motivo la Chiesa delle origini trovava perfettamente naturale fissare la data della Pasqua secondo quella ebraica. Per il calcolo della data mobile della Pasqua, tutto fu deciso nel 325 dopo Cristo, quando il Concilio cattolico di Nicea stabilì che la solennità della Pasqua sarebbe stata celebrata “nella domenica seguente il primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera”. Pesach è la festa della liberazione dalla schiavitù ed è il simbolo di una minoranza che difende i propri valori, preservando la propria identità e cultura per contribuire al progresso e garantire il pluralismo della società di cui siamo parte. Pesach Sameach.


(di Nicola Facciolini)

Pesach è il giorno più difficile dell’anno ebraico. Il momento in cui sorge il dovere di costruire e di conquistare la libertà, la speranza che illumina la notte. Anche per i Cristiani la Pasqua non è la festa del pacifismo, della resa incondizionata alla cultura atea dominante, all’ipocrisia ed alle forze maligne che agiscono nella Storia! Né per gli Ebrei né per i Cristiani. La Pace è un dono di Dio, non degli uomini. E’ bene ricordarlo in questa Pasqua AD 2010 che è la festa della Liberazione dalla schiavitù del peccato, del Passaggio dalla morte alla vita. Per i Cristiani è soprattutto la festa della Resurrezione della carne, a cominciare dalla Primizia che è Gesù Cristo, Figlio di Dio, il Messia, il Risorto, Signore dell’Universo, vero Dio vero Uomo, fonte della Vita nuova, Che ha donato la Sua vita in riscatto dell’Umanità intera, facendo nuove tutte le cose. Questa è la nostra Fede che, come ci ricorda San Paolo, altrimenti sarebbe vana! Siamo davvero in preparazione febbrile della Santa Pasqua, momento fondante della nostra Storia e della nostra nuova Umanità assunta in Cristo Risorto venuto sulla Terra per fare nuove tutte le cose? Attenzione alle modalità con cui vivremo la Pasqua. In questa turbolenta settimana il rischio è di affogare in un bagno mediatico autoreferenziale, in un manifesto elettorale di sani principi che si occupi più dei diritti, della difesa della cultura nella “fortezza Europa”, ovviamente della propria vita religiosa, magari in una visione di scambio e incontro con le nuove realtà della nostra società, sacrificando il significato autentico della propria Pasqua. Certo, i bisogni dei più deboli sono importanti: dobbiamo preoccuparci dei più poveri ma è essenziale la conservazione e la trasmissione dei nostri Riti per formare la coscienza e la sensibilità verso questi problemi. Il Male esiste sulla Terra, con il suo corollario di povertà, miserie e guerre. La battaglia prosegue. Ma guai a disperare! Il mistero più grande, la venuta del Figlio di Dio nella Storia per fare nuove tutte le cose, non è stato ancora compreso da tutti. In Italia e in Europa, qual deve essere, allora, la scala di priorità per un ebreo e un cristiano oggi? I giovani nella Chiesa Cattolica sono consapevoli di queste problematiche o fanno confusione? Domande che attendono una risposta, soprattutto dal territorio, il potenziale anello debole di tutta “la cordata necessaria per salire da Gerico a Gerusalemme fino a Dio” come ci ricorda il Santo Padre Benedetto XVI nella sua omelia in San Pietro a Roma per la Domenica delle Palme, il 28 marzo 2010. E si comincia dalla nostra Storia e Memoria comuni, di ebrei e cristiani: ricordiamo che Gesù era ebreo e che per più di trent’anni della sua vita terrena ha celebrato la Pasqua ebraica con i suoi cari nel suo popolo.

Inizia la Pasqua ebraica. In tutte le case ebraiche, dopo il vino, l’haroset, le erbe amare, i salmi e le storie, alla fine della sera, gli ebrei dicono tre parole decisive che danno al Seder una presa sull’attualità che non è mai cessata da quando i saggi hanno fissato l'Haggadà. Gli ebrei dicono, come tutti gli anni, “Leshanà habbà beJerushalaim”, che significa: l’anno prossimo a Gerusalemme. Per secoli questa è stata solo una promessa spirituale, una speranza che non moriva per il popolo ebraico. Una preghiera. Poi, gradualmente, da 150 anni fa, la clausola è diventata concreta, il senso è cambiato in un invito a salire davvero in Israele. Una proposta, una richiesta. Poi, a giugno di 63 anni fa a Gerusalemme gli ebrei si sono insediati davvero nella loro Patria, nella loro Capitale. Dal senso della frase non è sparito l’invito, ma si è aggiunta la gioia di una realizzazione storico-giuridica. Era diventata un segno di festa. Magari fra mille problemi, Gerusalemme era comunque tornata al popolo ebraico, dopo centinaia, migliaia di instancabili ripetizioni di quella formula. Eppure, Israele oggi è in pericolo, sia come Stato sia come popolo. Lo sarebbe comunque, anche se Gerusalemme fosse divisa in due Capitali, magari separate da un nuovo muro! Perché non è affatto detto che l’anno prossimo gli ebrei saranno ancora a Jerushalaim. Se le cose andassero come sembrano volere non solo i palestinesi e il mondo arabo e islamico, ma anche l’Europa, l’Italia e l’America, nel 2011 di Gerusalemme potrebbe restare solo la periferia occidentale! Sempre che l’Atomica iraniana non ponga prima fine a tutti ed a tutto su questa povera Terra. E’ iniziato il 16 marzo 2010 il mese di Nisan, caratterizzato dalla festa di Pesach, dai preparativi alla festa di Pasqua e da un’atmosfera di gioia. Anche nelle famiglie cristiane fervono i preparativi, a cominciare dalle tradizionali pulizie domestiche prima della Settimana Santa. Pesach dell’anno ebraico 5770 e la Santa Pasqua del Signore AD 2010 (4 aprile), sono due feste completamente diverse ma intimamente connesse alle realtà celesti. Un giorno, ebrei (popolo eletto) e cristiani (popolo redento dalla grazia di Cristo), come annuncia l’Apostolo San Paolo nella Lettera ai Romani, saranno una famiglia unita in Dio già sulla Terra. Un fatto storico, dunque, già annunciato duemila anni fa. E sarà davvero un giorno felicissimo. La nostra comune radice religiosa in Dio è fissata intimamente alle realtà celesti che i saggi Autori della Bibbia e della tradizione orale, ispirati da Dio, nel corso dei millenni hanno impresso nella pergamena e dei cuori. Si collegano in questo modo due elementi fondamentali della nostra fede: la creazione del mondo e l’intervento divino liberatore nella storia. Che per i cristiani è Cristo Risorto il quale ha vinto la morte, distruggendo i nostri peccati. Da parte degli ebrei rimane l’obbligo di non rinunciare a fare la loro parte che a Pesach è quella di mantenere e trasmettere la memoria di eventi fondamentali che hanno segnato la loro condizione più di tre millenni fa. Lo fanno osservando scrupolosamente antiche regole che riguardano la casa, gli alimenti speciali e il racconto ai più giovani, tra la memoria della redenzione passata e l’attesa di quella futura. “Pesach kasher wesameach a tutti”. Durante tutto il mese di Nisan, la Legge prescrive che non si recita il Tachannun e Zidqatekhà nella preghiera pomeridiana di shabbat. Inoltre non vengono decretati digiuni pubblici, ed in generale è vietato digiunare, ad esclusione del Ta’anit Chalom, il digiuno che viene osservato qualora si sia fatto un sogno sconvolgente. Durante Nisan non si fa l’hesped (orazione funebre) se non per commemorare personalità di grande rilievo. Si va al cimitero solo per sepolture, ricorrenze (settimo, mese, fine anno) ed anniversari. L’uso prevalente è di non mangiare pane azzimo fino all’inizio di Pesach per apprezzare la “novità” della matzà la sera del Seder. Secondo la Toràh il nome di Pesach è legato ad un’espressione che compare in occasione dell’ultima piaga, l’uccisione dei primogeniti egiziani. La Torà (Shemot 12:13) dice:“e il sangue sarà come segno sulle case in cui vi trovate, e passerò (ufasachtì) sopra la porta…”. Rashì porta due possibili spiegazioni del verbo ufasachtì: può significare “avrò misericordia” oppure “passerò oltre, salterò”. Passando sopra le case, Dio sarebbe passato da una casa egiziana all’altra, tralasciando quelle degli Ebrei. Naturalmente questa espressione non può essere intesa in senso letterale, poiché Dio è in ogni luogo contemporaneamente, ma va intesa dal punto di vista degli effetti della piaga che di fatto colpì solamente gli egiziani. Questa immagine del “salto” non può però essere intesa nel solo senso stretto materiale, secondo i rabbini. E’ come se, in senso spirituale, lo stesso Signore abbia fatto un salto, andando oltre al suo consueto modo di procedere nei confronti dell’umanità, con un atto di salvezza verso coloro che accettavano di seguirlo. Il midrash dice che il Signore chiede agli uomini di aprire entro di sé un’apertura grande quanto la punta di uno spillo per la teshuvàh, ed Egli farà il resto. L’uomo è comunque tenuto a fare il primo passo, affinché vi sia l’intervento divino. I maestri della Chassidut spiegano che l’apertura umana deve essere completa, ed attraversare l’uomo, per così dire, da parte a parte. In Egitto il popolo ebraico fece solamente l’inizio del lavoro, e nonostante ciò ottenne la salvezza, grazie al “salto” divino. Ma il “salto” lo devono fare anche gli esseri umani. Che tipo di ebrei erano quelli che furono liberati dall’Egitto? Erano schiavi del tutto assimilati o avevano una forte identità ebraica? Dal racconto biblico si evidenzia solo qualche indizio, il resto è legato a quanto racconta la tradizione rabbinica che, su questo argomento, sembra divisa. Secondo una linea interpretativa gli ebrei avevano mantenuto la loro identità rimanendo fedeli ad alcuni modelli culturali essenziali: come la lingua e i nomi e non perdendo la speranza nella liberazione. Secondo un’altra linea erano completamente sprofondati nelle "49 porte dell’impurità" egiziana e mancava un soffio alla loro completa perdita; fu solo l’intervento divino a salvare la situazione facendo uscire “goi mikerev goi”, un popolo da dentro a un popolo, senza alcuna differenza tra i due. E' evidente che le domande e le risposte non riguardano solo gli antenati ma nascondono per gli ebrei un problema più grande e sempre attuale: che tipo di ebreo bisogna essere per sopravvivere e qual è il ruolo degli uomini rispetto a quello divino riguardo ai processi di liberazione? Se non facciamo niente per noi che speranze abbiamo di essere liberati? Che bello sarebbe poter trascorrere insieme la Pasqua, ebrei e cristiani insieme a Roma, in Israele e nei paesi mussulmani. Dio ci chiede il primo passo. Poi, Lui farà il resto! La Pasqua ebraica e la Pasqua cristiana: chi stabilisce la data, la festa e la sua libertà? Per il calcolo della data mobile della Pasqua (http://www.themeter.net/pasqua.htm), occorre sapere che tutto fu deciso nel 325 dopo Cristo, quando il Concilio cattolico di Nicea stabilì che la solennità della Pasqua sarebbe stata celebrata “nella domenica seguente il primo plenilunio dopo l'equinozio di primavera”. L’equinozio di primavera è intorno al 21 marzo e la data di Pasqua è quindi compresa tra il 22 marzo e il 25 aprile (inclusi) poiché il ciclo lunare è di 29 giorni. Il metodo per il calcolare il giorno di Pasqua richiede conoscenze e pazienza. Esistono su Internet piccoli programmi in grado di elaborare velocemente questa data. “La festa di Pesach – spiega Alfredo Mordechai Rabello, giurista dell’Università Ebraica di Gerusalemme – ha destato, per vari motivi, l’opposizione di molti governi, sotto cui si sono trovati gli ebrei. Per il periodo Adrianeo leggiamo nella Mechilta derabbì Ishmael: "Rabbi Natan dice: …Per quelli che amano i Miei Comandamenti. . . si riferisce agli Ebrei che vivono in Terra d’Israele e che rischiano la loro vita per i Comandamenti... Perchè mai vai ad essere crocifisso? – Perchè ho mangiato il pane azzimo…". In questo caso il divieto delle matzot fa parte di una serie di divieti di osservanza delle mitzvot da parte dell'autorità romana”. La problematica cambia nell’Impero romano cristiano: se per gli Ebrei la festa di Pasqua ricorre ogni anno il 14 del mese di Nissan per celebrare l’uscita dall’Egitto, la Pasqua cristiana commemora invece la Passione e la Risurrezione di Gesù Cristo, che secondo la tradizione cristiana ebbe luogo proprio durante la Pasqua ebraica, 1970 anni fa, secondo il calcolo più corretto (cf. libro “La Passione”, di Andrea Tornielli), ossia nell’Anno Domini 30 e non 33. Per questo motivo la Chiesa delle origini trovava perfettamente naturale fissare la data della Pasqua secondo quella ebraica. In tale epoca gli ebrei non avevano però un calendario lunare fisso, come oggi. Ogni volta si fissava l’inizio del mese a seconda dell’apparizione della Luna Nuova. “I testimoni e alcuni padri della Chiesa trovarono ben presto insopportabile che si dovesse aspettare che i Rabbini avessero fissato la data del nuovo mese per poter essi stessi fissare la data della loro Pasqua”. Quando la festa fu introdotta a Roma la celebrarono la Domenica dopo la Pasqua ebraica, come ad Alessandria. Dopo numerose discussioni fra la Chiesa d’Occidente e quella d’Oriente, la questione fu portata al Concilio di Nicea che minacciò punizioni per quei cristiani che celebrassero la loro Pasqua nello stesso tempo della Pasqua ebraica. Il problema fu affrontato in altri Concili della Chiesa ma era evidentemente di difficile soluzione e sembra essere ancora attuale al tempo di Giustiniano tanto che l’onnipotente imperatore volle porvi fine una volta per tutte. Nel 543 egli decretò, stando almeno a Procopio, che gli ebrei non potessero celebrare la loro Pasqua altro che dopo la Pasqua cristiana, per evitare così che i cristiani partecipassero al Seder degli Ebrei. “E non permetteva neppure di fare la loro offerta a Dio né il compimento di ogni cerimonia, secondo i loro propri costumi. E molti di loro sono stati perseguitati dalle autorità per aver mangiato carne d’agnello, con lorde ammende, sotto il pretesto di violazione delle leggi dello Stato. Abbiamo qui senza dubbio una grave offesa alla libertà delle feste ebraiche: oramai si tratta di un’osservanza tollerata, sottoposta sempre all’arbitrio di questo o quell’Imperatore”. In queste feste non bisogna dimenticarsi dei poveri e di coloro che abbiamo trattato male, pena l’inutilità di tutto il resto. Bisogna riconciliarsi con tutti, l’un l’altro, senza ipocrisie. “Siamo talmente presi dai preparativi per Pesach – prosegue il giurista – che talvolta possiamo dimenticare l’essenziale. Senz’altro è molto importante preparare tutto perché la nostra casa sia pulita di ogni chametz, senz'altro è molto importante preparare tutto perché la nostra tavola sia pronta per il Seder, con le sue matzot, con i suoi quattro bicchieri di vino, con le Hagadot e così via. Ebbene Rabbì Moshé Isserles (conosciuto come l'Haremà, 1525 ca.-1572) inizia le regole di Pesach con questa osservazione-mizvà: "È minhag (ndr, consuetudine) comperare grani da dividere ai poveri per Pesach..." (Shulchan Aruch, art. 429:1) ed il Chafetz Chaim, nella sua Mishnà Berurà aggiunge: "Si tratta di un minhag antico del tempo della Ghemarà (Talmud) e questo si trova ricordato nel Talmud Jerushalmì… e nei nostri posti il minhag è di dare loro farina perché possano preparare le matzot e bisogna dare quanto hanno bisogno per tutti i giorni di Pesach e se si tratta di persone molto povere si deve pagare loro anche per la cottura delle matzot". Oggi l’uso generale è di fare offerte in denaro per permettere alle persone bisognose di poter festeggiare la Pasqua come si deve (kimcha depischa). Questi Chachamim vogliono dirci che non possiamo assolutamente mettere il nostro cuore in pace con l’invito fatto nella Haggadà a chi ha fame di venire a mangiare da noi; sappiamo bene che ai nostri giorni questo invito rimane molto spesso puramente teorico e sappiamo bene anche che molti sono i bisognosi di aiuto, famiglie che avrebbero piacere di stare assieme e non divise ognuno in un altro tavolo, sia pure ospitale; essi ci dicono che non possiamo sentirci degni di iniziare la nostra Pasqua se non abbiamo fatto quanto ci è possibile per aiutare chi ha bisogno, nella nostra Comunità prima di tutto, in Eretz Israel ed ovunque vi sia bisogno, a poter festeggiare almeno Pesach come persone libere. Sono cose che sappiamo bene, che ci sembrano ovvie ma che forse proprio per questo rischiano di essere dimenticate e che allora è bene tenerle presenti fin dall'inizio”. Molti leggono e vivono Pesach e la Pasqua cristiana pensando alla difesa della propria cultura e identità, tra uno “show” politico e l’altro a spasso nel Mediterraneo, magari sia a favore sia contro Israele. Un parallelo improprio. “La liberazione dalla schiavitù non è un atto che indica un progetto – fa notare David Bidussa, storico sociale delle idee – al più sancisce che non si è disposti più a vivere come si è vissuti fino a ieri e che si vuol vivere meglio. A differenza dell’uscita dall’Egitto, la scelta sionista non pensava di eliminare la condizione di inferiorità o di persecuzione e dunque non era la risposta all’antisemitismo. Quella scelta nasceva dalla convinzione che qualunque fosse stato il futuro, non si era disposti a investire solo sul miglioramento delle condizioni materiali della propria vita. La scommessa era sulla volontà di decidere da soli del proprio destino e di provare a se stessi, prima ancora che a chiunque altro, che non solo si era maturi per una condizione di autonomia, ma anche per una di responsabilità. La verifica sul senso di quella scelta e sullo stato di salute di ciò che da quella scelta è scaturito, alcune generazioni dopo, non è se l’antisemitismo sia cresciuto o diminuito, ma se ciò che è nato da quella scelta e attraverso quell’esperienza abbia fatto maturare, o meno, la capacità politica di affrontare le difficoltà del proprio presente”. Gli ebrei e il loro Stato hanno ancora la loro forza militare ed economica, la creatività, la combattività, l’ostinazione che Israele mostrava già uscendo dall'Egitto. Il popolo ebraico ha il suo destino storico, la fede che lo ha portato per due millenni a ripetere il Seder e la sua formula finale. Ma dal 29 marzo 2010, forse, guardando la sedia che lasceranno vuota per Gilad Shalit, dovranno interpretare di nuovo la formula millenaria come una preghiera e magari aggiungere sottovoce un'altra parolina: (gam) leshanà habbà biJerushalaim: anche l'anno prossimo a Gerusalemme.
Come si svolge la Pasqua ebraica? Il rabbino Alberto Moshe Somekh ha raccolto norme, regole, tradizioni e riflessioni sulla festività di Pesach in un articolo di cui proponiamo un breve estratto. “Il Seder (Leylè Pessach; lett. “ordine [delle sere di Pessach]”) costituisce l’insieme di atti e letture seguito nelle case ebraiche la prima (fuori d’Israele anche la seconda) sera di Pessach. Gli scopi del Seder sono essenzialmente due: ricordare la liberazione dalla schiavitù egiziana e trasmetterne il messaggio alle nuove generazioni, destando particolarmente l’attenzione dei bambini. Finché il Bet ha-Miqdash (Tempio di Gerusalemme) è esistito, l’atto principale consisteva nell’offerta e nella consumazione del Qorban Pessach (Sacrificio Pasquale, consistente in un agnello arrostito allo spiedo) insieme alla Matzah (pane azzimo) e al Maròr (erba amara), cui prendeva parte tutta la famiglia, secondo la prescrizione della Torah (Shemot 12). Dopo la distruzione del Tempio non è più stato possibile compiere il sacrificio. La bibliografia in proposito è vastissima. Preparazione dei cibi e accensione dei lumi nei giorni festivi
di Shabbat. A differenza dei giorni di Yom Tov (festa solenne), è proibito trasportare oggetti, accendere il fuoco in qualsiasi modo e cucinare. Durante il 1°, 2°, 7° e 8° giorno di Pessach (sempre che non cadano di Shabbat) invece è permesso trasportare oggetti fuori casa, cucinare ed accendere il gas a questo scopo, purché da una fiamma già accesa da prima della festa. E’ però proibito spegnere il gas dopo averlo acceso. I fornelli elettrici possono essere usati solo se tenuti accesi anch’essi da prima dell’inizio della festa, ma ciò è sconsigliabile. Nei giorni di Yom Tov si può cucinare e preparare solo per il giorno stesso (ma non per l’indomani; per giorno stesso si intende dal tramonto all’uscita delle prime tre stelle la sera successiva: in tutto circa 25 ore). Perciò i cibi per il secondo Seder debbono essere stati cucinati dalla vigilia o scaldati dopo lo spuntare delle stelle della seconda sera: anche la tavola per la cena va apparecchiata dopo quest’ora o tramite non ebrei. Così pure la hadlaqat neròt (accensione dei lumi festivi) la seconda sera va eseguita con una fiamma già accesa da prima della festa. Se non è Venerdì Sera, si accende il fiammifero e si recita la Berakhah relativa prima di portare la fiamma ai lumi, in quanto se anche dicessimo che la Berakhah costituisce accettazione di Yom Tov, accendere un lume da un lume già acceso rimane permesso. E’ perciò preferibile attenersi alla regola generale di recitare la Berakhah su una Mitzwah prima di compiere l’atto cui si riferisce (‘ovèr la-‘asiyatan). Occorre porre attenzione a non spegnere il fiammifero dopo l’uso: lo si appoggerà lasciando che si spenga da solo. Alcune usano aggiungere la Berakhah She-he-cheyyanu. Le Mitzwòt del Seder. Quattro specifiche Mitzwòt (precetti) si osservano nel Seder anche dopo la distruzione del Bet ha-Miqdash. Due sono di origine biblica: la consumazione della Matzah, assumendo una postura particolare in segno di libertà, detta hassebah; il racconto dell’Uscita dall’Egitto tramite la lettura della Haggadah; e altre due sono di istituzione rabbinica: la consumazione del Maròr: esso è comandato nella Torah solo in relazione al Qorban Pesach, ma i Maestri hanno voluto che si continuasse ad osservarlo in ricordo del Bet ha-Miqdash distrutto; l’assunzione di quattro bicchieri di vino, in momenti particolari e assumendo la hassebah. A queste ultime se ne aggiunge un’altra: la recitazione del Hallèl, che Pesach ha in comune con altri giorni festivi. Ma il Seder è l’unica occasione annuale in cui il Hallèl viene recitato di sera e a tavola. Accanto alle Mitzwòt propriamente dette, i Maestri hanno istituito diversi Minhaghim (usi) per mantenere il ricordo del Bet ha-Miqdash distrutto e per tener desta l’attenzione dei più piccoli. Pur trattandosi di Mitzwòt ‘Asseh she-ha-zemàn gheramàn (obblighi legati ad un lasso di tempo determinato), le donne sono obbligate al pari degli uomini. Lo si evince dal fatto che: 1) l’obbligo della Matzah è presentato nella Torah in connessione con il divieto di mangiare Chamètz (cibo lievitato), per cui i Maestri deducono che “chi ha il divieto di mangiare Chamètz ha l’obbligo di mangiare Matzah” e, per estensione, tutti gli altri obblighi del Seder; 2) anche le donne hanno beneficiato del miracolo della liberazione. Ne consegue che anche le donne sono obbligate alla lettura della Haggadah, ma è opportuno che gli uomini non si basino sulla loro lettura per uscire d’obbligo . Esse sono parimenti tenute a recitare il Hallèl . Fa eccezione per alcuni, come vedremo, solo la hassebah. Una persona in lutto è parimenti tenuta a tutte le Mitzwòt, Hallèl compreso, ma non è opportuno che conduca il Seder, se vi sono altri in grado di farlo al suo posto . I bambini vanno progressivamente educati in base all’età e alla maturazione a partecipare al Seder e alle sue Mitzwòt. Coloro che si sono convertiti all’ebraismo osservano tutte le Mitzwòt del Seder e leggono la Haggadah, nonostante i numerosi riferimenti ai “nostri padri” . Anche i non vedenti sono parimenti tenuti a recitare la Haggadah ovvero ad ascoltarla, sebbene non vedano la Matzah e il Maròr; pertanto essi possono fare uscire d’obbligo altri anche se l’handicap li ha colpiti dalla nascita. Mentre per alcune Mitzwòt (Matzah e Maròr) è prescritta la recitazione di una Berakhah particolare, per altre non è stata istituita: sia i quattro bicchieri di vino che la lettura della Haggadah sono infatti Mitzwòt che non si esauriscono in un unico atto consecutivo, ma subiscono interruzioni e per questi casi i Maestri non hanno previsto la recitazione di una Berakhah. Per la stessa ragione non viene recitata durante il Seder la consueta Berakhah prima del Hallèl. Scrive il versetto: “E mangeranno la carne (dell’agnello pasquale) durante questa notte” . Se ne evince che non solo il sacrificio pasquale, ma per estensione tutte le Mitzwòt del Seder vanno eseguite dopo l’uscita delle prime tre stelle. Se il Venerdì Sera e nelle altre sere festive è lecito recitare il Qiddush anche prima della notte, durante il Seder non è lecito anticipare per il fatto che il bicchiere di vino che si beve per il Qiddush è a tutti gli effetti il primo dei quattro bicchieri prescritti ed è parte integrante delle Mitzwòt della notte di Pesach. Peraltro, “la tavola deve già essere apparecchiata dalla vigilia, in modo che il Seder possa cominciare appena è buio. Anche chi sta studiando al Bet Midrash deve predisporsi ad uscire presto, perché è Mitzwah cominciare non appena possibile per evitare che i bambini si addormentino”. In linea di principio l’intero Seder deve essere portato a termine nel medesimo luogo in cui lo si è cominciato, in analogia con le regole relative al Qorban Pesach che non consentivano di consumarlo in due gruppi di persone differenti. La Qe’arah. Prima di iniziare il Seder è necessario aver predisposto su un apposito vassoio (qe’arah), l’occorrente per le Mitzwòt del Seder. Lo scopo della qe’arah non è soltanto di avere a disposizione gli assaggi quando si rende necessario consumarli, ma anche assolvere al dovere di testimoniare, vedendoli, il significato che ciascuno di essi ha. E’ infatti scritto nella Torah: “H. ha agito a favor mio in Egitto per questo (scopo)” e i Maestri della Haggadah hanno interpretato che si riferisce “all’ora in cui la Matzah e il Maròr sono disposti davanti a te”. Per questa ragione è opportuno che i cibi della qe’arah rimangano sulla tavola fino al termine del Seder. Peraltro, non è necessario che ogni commensale abbia la sua qe’arah, ma è sufficiente che se ne trovi una di fronte a chi guida il Seder. E’ opportuno, come norma generale, preparare tutti i cibi prima che inizi la festa: ciò diventa un obbligo tassativo se Pesach cade di Shabbat, in quanto in tal giorno non è lecito cucinare del tutto. Ciò che serve per il Sabato sera, infine, deve essere tutto pronto fin dal venerdì. I cibi sono i seguenti: Tre Matzòt sovrapposte: il numero si spiega con il fatto che nelle sere festive è necessario recitare la Berakhah su due pani interi in memoria della doppia razione di manna nel deserto . Dal momento che, come si vedrà, durante il Seder uno dei pani deve essere spezzato prima della Berakhah, è necessario prevederne tre . Si deve fare in modo che le Matzòt siano shemuròt (dette anche semplicemente shimmurim), ovvero impastate con farina proveniente da grano controllato fin dal momento della mietitura (mi-sh’at qetzirah) e cotte a mano le-shem Matzat Mitzwah, in base al versetto “e sorveglierete le Matzòt” . Durante lo svolgimento del Seder le Matzòt rimangono scoperte, perché sono chiamate nella Torah lechem ‘oni , interpretato dai Maestri come “pane sul quale si dànno molte risposte”. Solo nei momenti in cui si solleva il bicchiere di vino devono essere coperte per preservarne la dignità, in quanto come alimento il pane è considerato più importante del vino . Alcuni hanno l’uso di separare fra loro le tre Matzòt con tovaglioli, e/o di collocarle fuori dalla qe’arah. Se delle tre Matzòt una si spezza inavvertitamente prima dell’apparecchiatura la si collochi come Matzah mediana, che è destinata comunque a essere spezzata molto prima delle altre.
Maròr: foglie di insalata. L’uso più generale, seguito anche in Italia, è di adoperare le foglie di lattuga romana, dopo averne accuratamente controllato eventuali infestazioni. Ai tempi del Bet ha-Miqdash si metteva in tavola anche la carne del Qorban Pesach. Per la precisione, dopo la distruzione i Maestri hanno prescritto che si collocassero sulla qe’arah “due cibi cucinati”: Zeroa’: zampa. Per il primo cibo, in ricordo dell’agnello pasquale, si usa una zampa di bovino, ovino o pollame arrostita direttamente sul fuoco, così come veniva arrostito l’agnello : essa ricorda il “braccio disteso” con cui H. ci ha redento dall’Egitto. In mancanza può essere adoperata altra parte dell’animale, preferibilmente dotata di osso. La zampa non viene mai sollevata dal vassoio durante il Seder, per non dare l’impressione di aver offerto il Qorban Pesach fuori dal Bet ha-Miqdash: l’uso è di mangiarla la mattina successiva al secondo Seder, quando non serve più. Betzah: uovo. Il secondo cibo, in ricordo del Qorban Chaghigah (sacrificio festivo) che veniva offerto ogni Yom Tov, consistente in un uovo sodo: esso è simbolo del lutto per la distruzione del Tempio. E’ preferibile che l’uovo sodo sia lasciato nel guscio. Karpàs: verdura. L’uso più comune è di adoperare gambi di sedano, che sono più facile da pulire da eventuali infestazioni rispetto alle foglie. Devono essere crudi. A lato si deve preparare un contenitore di aceto di vino o soluzione di acqua e sale nella quale intingere il karpàs. L’acqua salata deve essere preparata prima di Yom Tov. Charosset: impasto di frutta in ricordo della malta (in ebraico: cheres o tit) adoperata dagli schiavi ebrei in Egitto per confezionare i mattoni. Viene preparata con i frutti ai quali viene paragonato il popolo d’Israel nello Shir ha-Shirim (la Meghillah che viene letta durante Pesach; in toto o in parte: mela , melagrana, fico, dattero , noce e mandorla). Il tutto è cosparso di cannella e cinnamomo, in ricordo della paglia. Secondo un’altra opinione ricorda il sangue versato dagli ebrei nel corso della schiavitù e pertanto si usa annaffiarlo di vino. Il Charòsset si adopera durante il Seder per intingervi il Maròr. La qe’arah in quanto tale non è mai menzionata nel Talmud e vi sono usi diversi in merito alla disposizione dei cibi su di essa. In mancanza di un determinato uso nella propria famiglia o nella propria Comunità ci si può attenere al principio per cui quanto prima un assaggio si rende necessario durante il Seder tanto più vicino lo si colloca alla persona, per evitare che questa si trovi a dovere “scavalcare le Mitzwòt”: nell’ordine 1) karpàs con acqua salata alla sua sinistra; 2) Matzòt; 3) Maròr con Charòsset alla sua sinistra; 4) Zeroa’ a destra e Betzah alla sua sinistra.
Vi sono abitudini diverse in merito alla domanda se prelevare i cibi dalla qe’arah, quando si richiede di mangiarli, o predisporne a parte lasciando intatto il vassoio. Vanno tenuti presenti due principi: 1) il vassoio va tenuto sulla tavola completo con una rappresentanza di ciascun assaggio fino al termine del Seder; 2) della Matzah e del Maròr si richiede che ciascuno dei commensali mangi almeno un ke-zayit più volte nel corso del Seder. E’ perciò difficile, soprattutto in presenza di molti ospiti, che il relativo quantitativo possa essere interamente contenuto nella qe’arah e dovrà essere conservato da parte”.
La Hassebah. “Persino un bambino deve stare reclinato mentre mangia”. Come segno di libertà, i Maestri hanno stabilito che nel corso del Seder si deve stare in posizione reclinata, ovvero appoggiati con il braccio sinistro (hassebat semòl), preferibilmente su un cuscino: identica regola vale anche per i mancini. Nei tempi antichi si banchettava semicoricati sui triclini e tale era la consueta postura di rilassamento. Con il passare dei secoli sono mutate le abitudini, tanto che già alcuni Decisori medioevali hanno ritenuto che l’obbligo della hassebah non fosse più in vigore, ma la maggioranza ha stabilito la norma in senso rigoroso. I più ritengono anzi che la hassebah rientri oggi proprio in quei gesti inusuali che dovrebbero spingere i bambini a porre domande: non sarà un caso che fra le domande del Mah Nishtannah quella sulla hassebah sia stata introdotta più tardi, allorché si era persa l’abitudine. Vi sono regole che vincolano reciprocamente i commensali a questo proposito. Il figlio osserva la hassebah anche a tavola con il padre, perché ciò non è considerato mancanza di rispetto nei suoi confronti, anche se il padre è contemporaneamente il suo principale Maestro di Torah (rabbò muvhaq). Ma normalmente il discepolo non osserva la hassebah a tavola con il suo principale Maestro di Torah se questi non è suo padre, a meno che il Maestro non gliene dia il permesso. Se è presente un Maestro di Torah di importanza straordinaria (muflàg be-dorò) tutti i commensali devono considerarsi come suoi discepoli. Le donne sefaradite usano osservare la hassebah a priori, mentre quelle ashkenazite no . La persona nel primo anno di lutto non è esente dalla hassebah. La hassebah non va in realtà osservata per tutta la durata del Seder. Le parti di lettura (Magghid, Barèkh, Hallèl) esigono infatti una concentrazione particolare e per i bocconi non di Mitzwah (karpàs), ovvero quelli “amari” (Maròr e, secondo un’opinione minoritaria, anche Korèkh) non è richiesta. In pratica, a priori si deve osservare la hassebah sette volte durante il Seder: quando si beve ciascuno dei quattro bicchieri di vino e ognuna delle tre volte in cui si mangia la Matzah di Mitzwah (Motzì Matzah, Korèkh secondo la maggioranza delle opinioni e Tzafùn).
In caso di dimenticanza l’opinione più facilitante ritiene che sia necessario ripetere l’atto di mangiare reclinati solo in occasione di Motzì Matzah (senza ripetere le Berakhot) in quanto è questa l’unica occasione in cui la hassebah accompagna un’azione comandata dalla Torah secondo tutte le opinioni. Lo stesso criterio può essere adottato anche a priori in situazioni di grave disagio. Gli Arbà’ Kossòt. “Gli versano [il vino]”. Dal linguaggio della Mishnah impariamo che colui che conduce il Seder si fa versare il vino da altri, in segno di libertà. E’ oggi uso comune estendere questa abitudine a tutti i commensali. Mentre in tutte le altre occasioni solo a colui che recita il Qiddush si richiede di tenere in mano il bicchiere con il vino e di berne, durante il Seder tutti i commensali sono egualmente soggetti a questo precetto e anche se escono d’obbligo dalla recitazione del Qiddush con quella effettuata dal capofamiglia sono tenuti a bere il vino “in proprio” secondo le modalità che verranno spiegate in seguito. La stessa regola vale anche per i bicchieri successivi. I Maestri hanno infatti reso obbligatorio per tutti, durante il Seder, bere quattro bicchieri di vino. Fra le numerose ragioni indicate nel Talmud la più famosa è il riferimento alle “quattro promesse di redenzione” con cui H. ha annunciato a Mosheh il suo intervento in Egitto: wekotzetì (vi farò uscire) – wehitzaltì (vi salverò) – wegaaltì (vi redimerò) – welaqachtì (vi prenderò). I quattro bicchieri vanno assunti secondo l’ordine stabilito dai Maestri nella Haggadah: il primo al termine del Qiddush (Qaddesh), il secondo al termine del Magghid, il terzo al termine della Birkat ha-Mazòn (Barèkh) e il quarto al termine del Hallèl. Colui che beve i quattro bicchieri uno dopo l’altro esce d’obbligo solo per un bicchiere. Il vino deve essere di preferenza rosso, in quanto questo era il suo colore ai tempi biblici, come dice il versetto: “non osservare il vino mentre rosseggia” ; inoltre esso ricorda il sangue delle piaghe e dell’agnello pasquale che, sugli stipiti delle porte in Egitto, permise la nostra liberazione. Ma se si trova un vino bianco più pregiato, questo ha la precedenza . Non è opportuno diluire il vino nell’acqua. Dal momento che con il vino si assolve anche il precetto della gioia festiva (simchat Yom Tov) è necessario a priori che esso abbia potere inebriante, ma non è necessaria una gradazione alcolica elevata: chi è particolarmente sensibile dovrà tenerne conto allo scopo di riuscire a portare a termine il Seder. Gli astemi, coloro cui il vino fa male, e così pure i bambini, potranno sostituirlo con succo d’uva. Se la persona non tollera neppure il succo d’uva, potrà uscire d’obbligo ascoltando il Qiddush da colui che conduce il Seder e uscire d’obbligo con la bevuta di quest’ultimo.
Il bicchiere deve essere sufficientemente grande da contenere un revi’it (quarto di log, pari al volume di un uovo e mezzo): sull’identificazione di questa misura oggi vi sono due opinioni. Secondo R. Chayim Naeh sono 86 cc. , mentre per il Chazòn Ish sono richiesti almeno 125 cc. L’uso è di essere più rigorosi di Venerdì Sera, allorché l’obbligo del Qiddush è di origine biblica, mentre se il Seder ha luogo in una sera differente è sufficiente basarsi sull’opinione più facilitante, perché l’obbligo del Qiddush di Yom Tov è solo per estensione rabbinica. Sebbene in tutte le altre occasioni è sufficiente a priori che chi recita il Qiddush beva la maggior parte del revi’it, nel caso del Seder è necessario che ciascuno si sforzi di bere il revi’it per intero. Solo a posteriori si è usciti d’obbligo avendo bevuto la maggior parte del revi’it. In ogni caso, è opportuno non adottare bicchieri più grandi della misura necessaria per non entrare in discussione sul quantitativo minimale da bere.
La Mishnah stabilisce che non si possono intercalare altri bicchieri fra il terzo e il quarto, per il timore di ubriacarsi e di non essere più in grado di terminare il Hallèl.
La discussione dei Maestri verte se analoga motivazione si applica anche al vino bevuto “a stomaco vuoto” prima del pasto e dunque nell’intervallo fra i primi due bicchieri. Lo Shulchan ‘Arukh, pur non vietando di aggiungerne altri, codifica che durante la recitazione del Magghid “è opportuno astenersene… se non per grave necessità”. Solo durante il pasto è lecito bere a volontà. Il bicchiere dovrà essere dignitoso e integro: è assai preferibile evitare il materiale monouso. Esso dovrà essere perfettamente pulito e illibato all’inizio del Seder per il Qiddush, ma in linea di principio non è necessario risciacquarlo in vista delle bevute successive. Sarà sufficiente tornare a riempirlo ogni volta, a meno che nel frattempo non vi siano entrati altri liquidi o briciole di cibo. Per questa ragione è consuetudine rilavarlo o sostituirlo prima del “terzo bicchiere”, sul quale si recita la Birkat ha-Mazòn subito dopo il pasto”. Questa è la Pasqua ebraica che siamo tenuti a ricordare.

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