
Palermo, 18/07/2012 - Il Popolo delle Agende Rosse è arrivato da ogni parte d'Italia per commemorare Paolo Borsellino, il giudice trucidato dalla mafia il 19 luglio 1992, nella strage di via D'Amelio. Oggi il "popolo delle agende rosse" si è riunito davanti al tribunale di Palermo, "perchè Paolo si ricorda anche manifestando solidarietà
ai pm di Palermo che indagano sulla trattativa Stato-mafia". Sugli striscioni che hanno affisso si legge: "difendiamo chi indaga sulla trattativa Stato-mafia".
"Avevamo avuto la gioia di vedere spiragli di verità sulla strage di via D'Amelio, ma ecco che si cominciano a frapporre ostacoli ai più alti livelli istituzionali. Il sentire che un ex ministro indagato per i suoi silenzi chieda e, sembra, ottenga l'appoggio del capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ci addolora e ci fa rabbia". Lo ha detto Salvatore Borsellino, fratello di Paolo Borsellino, nel corso di un sit-in davanti al tribunale di Palermo alla vigilia dell'anniversario dell'attentato al magistrato morto nella strage di Via D'Amelio a Palermo.
Venerdì 17 luglio 1992, Paolo Borsellino incontra a Roma il capo della polizia Vincenzo Parisi per rivolgergli una richiesta particolare: il rafforzamento della propria scorta. La richiesta è stata formulata da dieci agenti del nucleo scorte di Palermo che si rendono conto che il magistrato è in immediato pericolo di vita e le misure per proteggerlo sono insufficienti. Gli agenti chiedono a Parisi solo di essere armati e di avere il via all‟operazione. Dopo il colloquio con Parisi il sistema con cui viene organizzata la scorta di Borsellino resta immutato.
Di ritorno da Punta Raisi, Borsellino fa un salto in procura per mettere i verbali in cassaforte, fare qualche telefonata e salutare i colleghi. Li abbraccia anche, uno per uno.
«Loro si meravigliano – racconta Rita Borsellino – perché è una cosa che Paolo non ha mai fatto. Almeno tre o quattro di loro, e tra questi Ignazio De Francisci e Vittorio Teresi, affermano di essere rimasti sconvolti da quell‟episodio: “Paolo, ma che stai facendo?” E lui, al solito scherzando: “E perché vi stupite? Non vi posso salutare?”»* Dalla procura, Borsellino torna a casa in auto. A guidare la Croma c‟è una carabiniere della Dia. Il magistrato tira fuori dalla tasca il suo cellulare, compone un primo numero, poi un secondo e parla concitatamente. Il carabiniere che lo ascolta riferisce che era “stravolto”. Riesce a captare solo qualche parola: “Adesso noi abbiamo finito, adesso la palla passa a voi”. I due cellulari chiamati dal magistrato sono intestati al comune di Nicosia ed alla procura di Firenze. “Mi pare che poi si accertò – dirà Gioacchino Genchi, consulente informatico delle procure – che uno fosse il dottor Vigna e l‟altro il dottor Tinebra, in quanto il cellulare era allora a lui in uso”.* Borsellino arriva in famiglia nel tardo pomeriggio, teso, nervoso. A casa, però, trova spazio per un momento di ottimismo. Dice a Manfredi: “Sento che il cerchio attorno a Riina sta per chiudersi, stavolta lo prendiamo”. Non fa il nome di Mutolo, non può farlo, ma confida a suo figlio che c‟è un nuovo pentito, uno che sa tante cose, che ha fatto rivelazioni su uomini d‟onore vicini a Riina. Ma c‟è di più, anche se quel di più Manfredi lo verrà a sapere solo dopo: il giorno precedente, Mutolo ha promesso di verbalizzare le accuse su Contrada e Signorino. Ecco perché Borsellino è così nervoso. Ad un tratto propone ad Agnese: “Andiamo a Villagrazia, ho bisogno di un po‟ d‟aria, ma senza scorta, da soli”. Agnese è stupita. “Da soli, Paolo, cosa c‟è? È successo qualcosa?” “Andiamo”, ordina. La moglie lo conosce, lo segue. In macchina, in silenzio, mentre cala la sera, Agnese lo guarda, capisce che è tormentato da mille angosce, mille dubbi. Riesce a fargli ammettere che qualcosa è successo: Mutolo ha parlato, ha detto cose gravissime, ha accusato personaggi al di sopra di ogni sospetto. Paolo è sconvolto, confida ad Agnese che alla fine dell‟interrogatorio era così traumatizzato da avere addirittura vomitato.*
Source: 19luglio1992
16 Luglio 2012. Rita Borsellino commenta la decisione del Presidente Napolitano. E va già dura: "Mi sento schiaffeggiata". "Mi sento schiaffeggiata da Napolitano". Libreria Garibaldi, da qualche parte nel cuore di Palermo. Si presenta un libro "L'eredità" di Alex Corlazzoli. In copertina Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Rita Borsellino è tra i relatori. Le parole sono sue: "Mi sento schiaffeggiata. Il gesto del Presidente della Repubblica è discutibile. Non lo capisco. Sì, mi sento schiaffeggiata innanzitutto come cittadina. Non possiamo accettarlo. Non so se qualcuno, per i vent'anni della morte di Paolo, si ribellerà".
E il libro di Corlazzoli, eccentrico personaggio - insegnante e giornalista - con un passato (rinnegato) di leghista, nell'incontro organizzato dall'Arci, passa in secondo piano. In prima fila c'è Rita Borsellino. Non basta ascoltare le frasi. Bisogna esserci e guardare per comprendere. Un osservatore mediamente attento sa riconoscere una ispirata finzione da una reazione epidermica. Serve appena uno sguardo: l'onorevole Borsellino è fuori di sé. I concetti sono contenuti nei confini dell'abituale moderazione stilistica. Ma il corpo esprime un linguaggio di clamorosa protesta.
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