Salute della donna. A Palermo la prima clinica dedicata alla salute femminile, dalla vulvodinia, all’endometriosi, ai disturbi della menopausa

A Palermo apre Weda: la prima clinica dedicata alla salute femminile. Dalla vulvodinia, all’endometriosi, passando per il dolore pelvico cronico e i disturbi legati alla menopausa: un team di esperti che lavora in modo coordinato per una risposta concreta sulla salute della donna. Palermo, 8 giugno 2026 – Apre a Palermo Weda , il primo ecosistema sanitario italiano dedicato alla salute femminile che integra prevenzione, diagnosi e cura in un unico percorso strutturato. Con l’apertura della nuova sede, in via Tommaso Gargallo, 49, la città accoglie un centro specializzato pensato per offrire alle donne un punto di riferimento clinico dedicato, con un modello di presa in carico innovativo e interdisciplinare. La salute femminile rappresenta ancora oggi una delle grandi sfide dei sistemi sanitari contemporanei. Nonostante i progressi della medicina, molte donne continuano a confrontarsi con diagnosi tardive, percorsi di cura frammentati e una scarsa integrazione tra specialisti. Pato...

LA CARTOLINA DEL RE ARRIVA ANCHE A FICARRA!

29/08/2009 - La cartolina del Re arrivò anche a Ficarra e a recapitarla a casa dei Gerbino e dei Pizzuto arrivarono i Reali Carabinieri a notificare ai padri che i loro figli dovevano andare in guerra, per quella maledetta guerra parodiata come la Trenta e Trentuno e che spinse i socialisti di Patti del circolo Veritas a scrivere al Re che ci andassero Lor Signori in guerra che loro erano stanchi delle guerre di Libia e della chiamata alle armi finita con l’Armiamoci e Partite! Per la prima volta i padri avrebbero pianto i loro figli morti in guerra! Al contrario dei tempi di pace quando sono i figli a piangere e a seppellire i loro figli! La cartolina del Re ispirò anche Beniamino Joppolo della vicina Sinagra a cui non mancava quel vento di scirocco, meno soave di quel vento mitopoetico che ispirava i Piccolo, che trapiantato a Milano dava vita a quella scrittura sperimentale con la quale affrontò il tema della guerra nei suoi primi romanzi del periodo milanese come La giostra di Michele Civas e C’è un piffero ossesso.

L’autore della Doppia storia nella quale raccontava della natia Sinagra e delle carovane di muli coi quali la sua famiglia si trasferiva a Patti e della sua amicizia sbocciata nelle aule del Liceo Maurolico avendo per compagno di banco quel Nino Pino Ballotta di Barcellona Pozzo di Gotto che diventerà l’antifascista futurista, conobbe Michelangelo Mangano per uno sciopero alla rovescia combinato con i jurnateri di Ficarra sulle terre dei Piccolo. Il racconto di Mangano gli ispirò la pièce I Carabinieri e il Mangano nella scena teatrale dell’artista diventò il Michelangelo La Penna a cui i carabinieri notificano la cartolina del Re.

L’episodio con l’occupazione delle terre dei Piccolo e di altri grandi proprietari terrieri di Ficarra, realmente accaduto, originò un processo celebratosi a Patti contro Mangano e altri 84 nella primavera del 1951. Lo scrittore lo prese a pretesto per la sua invenzione letteraria. Il canovaggio della storia teatrale era quello di sempre, il fazzoletto di terra, per il quale il contadino siciliano si è sempre inguaiato fino alla riforma e alla conquista del feudo, il doppio petto indossato per poi smetterlo, essendosi accorto di avere avuto le terre undi anche la vurpi s’asdurrupò ! Beniamino Joppolo nei Carabinieri trasferiva questa storia al tempo della Grande Guerra!

Con la guerra del 15-18 il contadino siciliano fu costretto a lasciare la zappa per imbracciare il moschetto e a cambiare status di agricola in quello di fante dentro alle trincee da dove partivano gli assalti all’arma bianca spinti dai loro ufficiali che li spingevano a contendere pochi centimetri di terra agli austriaci, meno ancora di quella che avevano lasciato nel cortile di casa e che al fronte promettevano di raddoppiargliela solo che avessero vestito con onore la divisa militare. Il re aveva scritto una letterina ai figli del popolo.

Erano invitati a diventare soldati del re. Anche Pietro Pizzuto classe 1891 era chiamato a vestire la divisa e a fare la guerra. La divisa e la guerra, contemporaneamente offerti in un solo momento! La guerra? Il fronte? Quello dove si avanza e si ammazza i nemici e non si torna indietro se no è disonore. Dove invece di avanzare sempre e di uccidere nemici e ancora nemici si può invece essere respinti ed essere uccisi dai nemici senza fare in tempo a tornare in trincea.

O peggio di tornarci senza gambe, senza braccia, senza un occhio e chi glielo dice a casa che non potremo più seminare grano granturco e patate? E che neanche potremo raccoglierli? Una lettera con la firma del re non si respinge, è una benedizione! Bisogna essere in mezzo ai campi a correre e a urlare per la gioia. E poi tutti nudi in un grande casermone come le bestie nelle fiere, essere toccati, tastati per vedere se siamo degni dell’onore della divisa del re.

E poi una volta che si è pronti per il macello del fronte, tutti a gridare: Viva il re! Viva il re! Ma poi perché la famiglia Pizzuto doveva essere orgogliosa da impazzire se il figlio abbandonava la casa per il fronte? Ma poi perché doveva arrivare fin su, metti caso che debba arrivare a Gorizia dove c’è il fronte e lì inseguire i nemici senza tornare indietro? Noi, la famiglia Pizzuto, non abbiamo nemici. Pietro, nostro figlio neanche un nemico ha qui a Ficarra! I nemici del re erano i nemici della famiglia Pizzuto che Pietro doveva uccidere al fronte.

I nemici del re sono anche i nemici della famiglia Pizzuto. E dove si va a fare la guerra, con l’onore di portare la divisa e inseguire i nemici, ci sono terre, tante terre senza tutte quelle pietre che ci sono qui a Ficarra sotto ai noccioleti. Terra, c’è la terra all’indomani della guerra! Ecco perché vale la pena fare la guerra e tutto quello che Pietro conquista avanzando e ammazzando nemici su nemici diventa suo, di proprietà della famiglia Pizzuto.

Tutto quello che c’è al fronte: la casa, la terra del nemico diventa tuo. Certo che diventa tuo, nel nome del re! Ma neanche il buon Nunzio ci credeva di avere tanta terra in cambio del figlio dato alla guerra del re! Ma c’è un documento dal quale risulti che tutto quello che mio figlio prenderà al fronte sarà suo, di sua esclusiva proprietà?

E se poi qualcuno gli sparerà addosso prima che lo faccia lui in quale regno andrà? In quello del Padreterno. Perciò Pietro andò alla guerra con il dovere di vendere cara la pelle. Altro che festino della partenza, il banchetto del consolo ci fu per quella partenza! E di sicuro quel giorno per i Carabinieri Reali non ci fu vino spillato dalle botti e versato nei bicchieri perchè potessero tracannare e cantare avvinazzati, a squarciagola, sulla strada del ritorno alla salute dei fratelli La Penna, nell’invenzione dello scrittore sinagrese. Anche i jurnateri di Ficarra partirono per la loro guerra sul fronte del feudo in nome di una legge sull’imponibile di Mnodopera che prometteva loro di lavorare a giornata sulle terre dei Piccolo.

Non ebbero il festino, ma poterono tornare liberi per misurare il ciottolato della piazza al loro paese, loro che avevano sognato di rivoltare quella terra , non diciamo di prendersela, che i signori del feudo lasciavano aggerbare! E come loro, i supposti fratelli Lapenna, partirono i Caratozzolo di Barcellona Pozzo di Gotto, i compagni d’infanzia Nino Puglisi, Leo Giancola e Francesco Puglisi da Librizzi, Pietro Pizzuto e Francesco Gerbino da Ficarra. Ignota fu la loro destinazione al fronte. I loro fogli matricolari portano la dicitura di “ Arrivati in territorio dichiarato in stato di guerra” Sapevano leggere e scrivere.

Gli diedero le mostrine e le stelle di caporale col loro manipolo di uomini sulla linea Piave-Isonzo…e un pugnale per il corpo a corpo! Dolorosa per tutti fu la partenza, ma non fu per Gorizia, da dove per certo non ci sarebbe stato ritorno. Al fronte, l’eroe antimilitarista Salvatore Caratozzolo, legato al palo ed esposto alla gogna degli austriaci venne risparmiato dal fuoco nemico. Vita grama ebbero quanti sul fronte di Gorizia di là dell’Isonzo furono avviati al più pazzesco massacro del secolo voluto dagli ufficiali italiani che spinsero 50.000 soldati anestetizzati dall’alcol in quella battaglia che fece loro maledire la città “ O Gorizia tu sei maledetta/ per ogni cuore che sente coscienza/dolorosa ci fu la partenza/e il ritorno per molti non fu/.( Anonimo).

E’ la canzone della grande guerra che fa parte della tradizione anarchica e antimilitarista. Il solo canto da parte dei soldati era considerato una dichiarazione di antipatriottismo e disfattismo che meritava la fucilazione. Fu il rischio che corse Pietro Pizzuto insieme a Pietrobelli da Schio al processo di Pradamano che ricorderemo il 29 agosto in terra di Ficarra. Capo di accusa quella canzone concepita da Pietrobelli e messa in versi insieme al caporale Pietro Pizzuto:
Di mille fandonie
v’han piena la testa
per meglio portarvi supini a morir.
Ai vecchi confini
voi tutti correste
gridando a gran voce
vai fuori o stranier
. ............................... ...............................

Il vero nemico del vostro avvenire un solo è davvero il gran capital.

Giuseppe Alibrandi

( Fine)

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