VITTORIO BALLATO 'SPIEGA' IL DIALETTO SICILIANO E LA POESIA AGLI ALUNNI DI BROLO

VITTORIO BALLATO, IL POETA DI BROLO CHE ONORA LA CITTA' DELLO SCOGLIO
10/10/2016 - L'iniziativa è promossa dall'Amministrazione Comunale di Brolo. Il sindaco Irene Ricciardello incontrerà gli studenti delle terze medie per fare loro gli auguri di un buon prosieguo dell’anno scolastico e fare omaggio di un libro di poesie dialettali, del poeta locale Vittorio Ballato.
Una scelta che fa seguito all’omaggio di un vocabolario d’inglese agli alunni delle prime medie, un percorso simbolico, attraverso due lingue, che unisce futuro e tradizione. Vittorio Ballato, insegnate in pensione, e poeta affermato che ama utilizzare per le sue rime la lingua siciliana, reciterà agli studenti alcune sue poesia e parlerà del valore della “lingua siciliana” e della poesia dialettale.
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"Poesie siciliane" di Vittorio Ballato (Armenio Editore). Una testimonianza sentimentale, un pensiero che respira, una parola che brucia, un omaggio alla realtà e al suo popolo. Vittorio Ballato si esprime con la forza della gente, con la sua lingua e col suo codice espressivo psicologico e tradizionale". 

Vittorio Ballato, con un processo di crescita artistica e sentimentale ragguardevole, si presenta oggi, in questo volume, con un compendio di costruzioni linguistiche e concettuali di “gran lussu”, come egli stesso scrive di Donna Carmela, un pirsunaggiu d’u paisi 'i Brolu, donna Carmela, ditta "a bidella". 
Sbattiu 'nta scola chiù di quarant'anni, / facennu di gran lussu 'u so duviri, /
sempri primurusa, mai senz'affanni, / facia chiddu ch'era in so putiri.

Sbattiu: Vittorio Ballato vorrà dire sfacchinò, sgobbò, si ammazzò di fatica e lavoro? Vorrà dire questo di Donna Carmela, scrivendo “Sbattiu 'nta scola chiù di quarant'anni”?

Le poesie sono pensieri che respirano, e parole che bruciano. (Thomas Gray)

Vorrà dire questo ed altro ancora, Ballato, con un termine (sbattiu) che non è una semplice parola ma una formula concettuale, una testimonianza sentimentale, un pensiero che respira, una parola che brucia, un omaggio alla realtà e al suo popolo; perché così noi parliamo e ci esprimiamo; così viviamo. Del resto, “se la poesia non nasce con la stessa naturalezza delle foglie sugli alberi, è meglio che non nasca neppure”, scrive John Keats.

“La maggior parte della gente ignora la maggior parte della poesia, perché la maggior parte della poesia ignora la maggior parte della gente”. E’ un arguto e condivisibile pensiero di Adrian Mitchell, ed è vero. A meno che, come qua fa Vittorio Ballato, non ci si esprima con la forza della gente, con la sua lingua ed col suo codice espressivo, col suo DNA psicologico e tradizionale.
Così sbattiu, per dire ‘sbattere’, vorrà dire affaticarsi, lavorare, sfacchinare, darsi un gran da fare, sgobbare, ammazzarsi di fatica e di lavoro, sudare, faticare tra le difficoltà, sfaccendare ed altro ancora. Ma è ciò che Vittorio, appropriandosi del modo (e del mondo) popolare, riesce a dire in una sola parola, emozionando, descrivendo, scomodando la memoria, commuovendo, disegnando epoche, condizioni, mestieri e misteri.

“Per me la poesia è un tentativo malizioso di dipingere il colore del vento”, scrive Maxwell Bodenheim, come straordinariamente riusciva a fare Jean Cocteau e come Proust (per sua stessa ammissione) riusciva ad “esprimere solo in modo assai pallido”.
Così di donna Carmela, Vittorio Ballato, scrive “facennu di gran lussu 'u so duviri”. Perché duviri è parola che brucia, è un monumento antropologico, politico, è lo stigma etico e morale di un popolo, il sembiante antropologico di una stirpe, di una famiglia o di una singola persona: è un precetto, un sacramento, un’ideologia, un’attitudine.

Il “dovere” è altra cosa: è un atteggiamento più che un’attitudine; è un comportamento imposto dalla norma, un fatto burocratico, un adempimento di legge. E in queste latitudini umane, sociali e culturali, tanto in famiglia quanto in società, fare “di gran lussu 'u so duviri”, non è sinonimo di fasto, di grandezza, di eleganza, di pomposità o di sfarzosità, giacchè pure nella frugalità, nella modestia e perfino nella povertà si farebbe di gran lussu 'u so duviri, vale a dire con estrema dignità, al meglio, con decenza e decoro, con fierezza e orgoglio, con fare onesto, onorevole ed educato. Come comandano Dio e la coscienza.

Ed è proprio alla coscienza (e al lettore) che Vittorio Ballato si rivolge, chiedendo “pirdunu si t'annoiu, cu 'sti versi chi parrunu di mia”. Ballato è consapevole di avere scalato “coi ginocchi piagati” le fenditure taglienti dello splendido Scoglio che disegna le sue giornate brolesi:
Puru tu tegni 'u cori 'ccussì strittu, / ti senti comu a mia, cottu e stracottu, / ci rimisi lu populu scunfittu, / chi a 'stu puntu po' fari fagottu.

Ma è così: “Le più belle poesie si scrivono sopra le pietre coi ginocchi piagati e le menti aguzzate dal mistero” (Alda Merini) e Vittorio Ballato da Brolo sarà onorato per averla onorata.

Dalla prefazione di Mimmo Mòllica a
"Poesie siciliane" di Vittorio Ballato (Armenio Editore). 

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