MAFIA DEI PASCOLI: CON ANTOCI I MEDIA HANNO SCOPERTO L’ABIGEATO

Zoomafia significa sfruttamento degli animali per ragioni economiche, di controllo sociale, di dominio territoriale, da parte di persone singole o associate o appartenenti a cosche mafiose o a clan camorristici. Un termine ormai entrato ormai nel lessico giornalistico e legale, che si riferisce anche alla nascita e allo sviluppo di una nuova forma di criminalità, parallela e legata a quella mafiosa, che trova come motivo di nascita, aggregazione e crescita, l'uso di animali per attività economico-criminali. Nel 1998 è stato istituito l'Osservatorio Nazionale Zoomafia, organismo finalizzato all'analisi, anche sotto il profilo criminologico, dello sfruttamento degli animali da parte delle organizzazioni criminali. Rapporto Zoomafia 2016, Crimini organizzati contro gli animali di Ciro Troiano, Responsabile Osservatorio Nazionale Zoomafia LAV

05/11/2016 – Ciro Troiano: “Con questo Rapporto, ogni anno, tentiamo di analizzare gli intrallazzi criminali a danno degli animali. La nostra analisi da sempre si è soffermata in modo puntuale anche sul malaffare legato ai pascoli, agli allevamenti, alla macellazione, mettendo in risalto la pericolosità e la spregiudicatezza dei gruppi criminali dediti a questi traffici. Una delle cose cha abbiamo registrato è la sottovalutazione di questi aspetti - anche da parte degli apparati di controllo -, in quanto ritenuti di minore importanza rispetto ad altri traffici, se non residui di una folcloristica cultura delinquenziale che tarda a scomparire. Negli ultimi mesi, però, è venuta alla ribalta la “mafia dei pascoli”, dopo l’attentato al presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci. E così, con lo stesso ingenuo candore di chi scopre qualcosa di impensabile, i media hanno scoperto l’abigeato, la macellazione clandestina, le truffe ai fondi comunitari, il controllo del territorio, come se fossero fenomeni nuovi. In realtà la mafia è nata nelle compagne, negli allevamenti, tra i pascoli e non ha mai reciso il cordone ombelicale che la lega alle sue origini territoriali. Anzi, non è un caso che proprio nel territorio di origine trovano rifugio e protezione i boss latitanti. (...)

Fortunatamente vi sono anche funzionari pubblici che lottano apertamente la mafia con grossi rischi per la propria incolumità e non solo... “Siamo consapevoli di aver da un lato liberato in Sicilia i terreni dalla mafia attraverso l’obbligatorietà del certificato antimafia, che di fatto eviterà ad esponenti di Cosa nostra di ricevere contributi Europei, ma nel contempo siamo altresì consapevoli che l’attenzione avuta reprimendo i reati ad essi collegati come gli abigeati, la macellazione clandestina e i furti in agricoltura sono risultati che piacciono ai cittadini onesti ma che provocano l’ira di chi pensa di fermare con i proiettili un’azione di legalità e sviluppo. Sappiano loro che hanno fatto male i conti”. Così il presidente del Parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci dopo l’intimidazione fatta con le buste contenenti proiettili indirizzate al Parco, al Commissariato di Polizia di Sant’Agata Militello ed alle Guardie Zoofile di Pettineo. Le buste sono state intercettate a fine novembre 2015. Il 18 maggio 2016, Antoci è sopravvissuto a un agguato mafioso, grazie al provvidenziale intervento della Polizia. Il commissario Manganaro e i sui uomini, hanno risposto al fuoco e messo in fuga gli assalitori.

Le indagini faranno il loro corso e sarà fatta chiarezza su questo inquietante episodio. La cosa, però, ha acceso i riflettori sulla “mafia dei pascoli”, e l’opinione pubblica, quasi come se fosse una novità di cui non si era mai parlato prima, ha scoperto le truffe legate alla pastorizia, l’abigeato e la macellazione clandestina. Ma cosa ha determinato una reazione così aggressiva da parte della criminalità? La mafia dei pascoli si è sentita pericolosamente minacciata sia dal tentativo di ripristino della legalità nel marasma delle concessioni fatto da Antoci e sia dalle indagini condotte dalla Polizia. Alla fine del mese di novembre 2015, due buste contenenti cinque proiettili calibro 9 sono state intercettate al centro di smistamento postale di Palermo. Le buste erano indirizzate una al Presidente del Parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci, che già da tempo viveva sotto scorta per le minacce subite, l’altra al dirigente del commissariato di Polizia di Sant’Agata Militello, Daniele Manganaro, che coordina la task force sui Nebrodi, insieme al Corpo di Vigilanza del Parco e alle guardie zoofile di Pettineo, per la prevenzione e repressione dei reati nel settore degli allevamenti, del traffico illecito di animali da allevamento e della macellazione clandestina.

Una terza busta minatoria era indirizzata alle Guardie zoofile di Pettineo. I numerosi controlli della polizia, evidentemente, hanno dato fastidio. Il 1 febbraio 2015, i poliziotti del Commissariato di Sant’Agata di Militello (ME) hanno sequestrato 10 bovini e 10 suini e denunciato in stato di libertà per ricettazione e diffusione di malattie degli animali tre allevatori. Gli animali sequestrati erano a bordo di un Iveco, adibito al trasporto di animali vivi ed intestato ad una conosciuta azienda agricola dei Nebrodi, fermato dagli agenti nella rotonda di contrada Terreforti. Tutti gli animali trasportati erano privi di documento di identificazione, di tracciabilità o di trasporto (tatuaggio, passaporto, modello 4 per lo spostamento, marchio auricolare e bolo intestinale) e quindi privi di controllo sanitario. Dalle verifiche effettuate dai veterinari dell’ASP tramite la banca dati, è emerso che dall’ultimo controllo dell’ASP effettuato presso l’azienda interessata, i bovini sequestrati non risultavano ufficialmente presenti in azienda e quindi da considerarsi di provenienza furtiva. Successivamente gli animali sono stati identificati dal servizio veterinario tramite inserimento del bolo intestinale e relativa descrizione, per una tracciabilità futura. 9.000 euro è la somma complessiva in sanzioni amministrative contestate ai soggetti coinvolti. All’inizio del mese di giungo 2015, in un allevamento dei Nebrodi gli agenti di Sant’Agata di Militello hanno sequestrato 13 vitelli di dubbia provenienza ed un cospicuo quantitativo di farmaci utilizzati per l’esercizio abusivo della professione di veterinario.

Denunciati due noti allevatori. All’interno dell’azienda, i poliziotti hanno scoperto una vera e propria farmacia veterinaria, completa di tutte le attrezzature necessarie per la somministrazione di terapie, tra cui flaconi, farmaci, di cui alcuni scaduti, siringhe, aghi e provette per i prelievi di sangue. Trovata anche attrezzatura medico veterinaria, passaporti di bovini, microchip e marchi identificativi per bovini e ovini, nonché attrezzi rudimentali utilizzabili per la macellazione clandestina. I 13 bovini sequestrati erano privi di identificazione o riportavano sistemi identificativi non idonei. L’esito delle analisi ha inoltre diagnosticato la presenza di 4 bovini affetti da tubercolosi, ed è quindi scattata la segnalazione dell’allevamento all’Asp e il blocco della movimentazione degli animali. Un blitz nel territorio di San Fratello ha portato, a metà dicembre 2015, alla denuncia di 5 allevatori. I reati contestati vanno dalla detenzione abusiva di armi e munizioni, alla ricettazione, macellazione clandestina e maltrattamento di animali. A questi si aggiungono l’esercizio abusivo della professione di veterinario e la detenzione e somministrazione di farmaci scaduti o guasti agli animali destinati all’alimentazione. Nelle abitazioni perquisite è stato rinvenuto un cospicuo numero di proiettili tra cui 5 bossoli calibro 9.

Ritrovate anche altre munizioni calibro 12 e calibro 16, utilizzati per la caccia illegale ai cinghiali, nonché bossoli calibro 8 mm Flobert e bossoli di munizione di caccia calibro 36 ad anima liscia. Farmaci non solo scaduti o guasti ma anche privi di prescrizione medica o controllo veterinario sui tempi di sospensione del farmaco, necessari per impedire conseguenze sulla sicurezza deli alimenti. I poliziotti hanno sequestrato flaconi di antiparassitario per bovini ed ovi-caprini, farmaci ed attrezzature necessarie per la somministrazione di terapie tra cui siringhe, aghi e provette per i prelievi di sangue. Trovati negli allevamenti boli endoruminali, generalmente utilizzati per l’identificazione elettronica dei bovini e, per legge, ritirati dal veterinario che ha seguito la macellazione. I controlli esperiti sui boli trovati a San Fratello hanno confermato che risultavano inseriti in bovini già macellati presso il mattatoio di Avellino, pertanto illecitamente detenuti, e la cui presenza a San Fratello lascia ipotizzare l’utilizzo degli stessi in animali non a norma. A ciò si aggiunga il rinvenimento di attrezzature utilizzate per la macellazione clandestina e per falsificare l’identità anagrafica e sanitaria dei bovini".

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