Tra i tanti autori dimenticati dalla “letteratura istituzionale” italiana, Curzio Malaparte gioca un ruolo da assoluto protagonista. Grande dimenticato ma non solo: col passare degli anni, sul conto dell’intellettuale toscano si sono diffusi miti e falsità. Attraverso un lungo colloquio con il professor Luigi Martellini, il curatore del “Meridiano” dedicato a Malaparte, abbiamo cercato di ristabilire un po’ di giustizia sulla vita intellettuale e politica di uno dei massimi scrittori del nostro Novecento.
Professore, oggi Curzio Malaparte viene letto e studiato poco. Quando, e perché, la cultura italiana lo ha "dimenticato"?
Questa domanda dovrebbe essere rivolta a quella che lei definisce “Cultura italiana” e a quegli autori della “storie letterarie” in uso nella scuole. Per quel che posso dire, il discorso è estremamente semplice: Malaparte è stato un “fascista”, che l’Italia non riuscirà mai a smaltire questo suo periodo storico, che è esistita ed esiste ancor nel nostro Paese (altamente democratico e sempre pronto a riempirsi la bocca di democrazia) una cultura egemone (di cui tutti conoscono il colore), che ha prodotto molti danni e condizionato scelte smaccatamente ideologiche e non letterarie, che chi non apparteneva ad una parte apparteneva di conseguenza alla parte opposta e quindi nemica, che non vale la bravura o la genialità, ma l’appartenenza ad uno schieramento politico e/o partitico, che la politica culturale del dopoguerra ha colonizzato giornali, autori, opere, editrici, università e quant’altro, eliminando e facendo passare sotto silenzio o relegando ad una marginalità oscena tutto ciò che poteva apparire contrario o pericoloso o migliore…e via dicendo.
C’è qualche specifica responsabilità, o è l’intero “sistema” ad averlo dimenticato?
Non voglio fare nomi, perché questa è anche una società vendicativa, perciò passo, se pur brevemente, la parola a Malaparte così ognuno può esprimere il suo giudizio: “Tutti gli scrittori sono stati fascisti, nella qual cosa non vi è nulla di male. Ma perché oggi pretendono di farsi passare antifascisti, per martiri della libertà, per vittime della tirannia? Nessuno di loro, dico nessuno, ha mai avuto un solo gesto di ribellione contro il fascismo, mai. Tutti hanno piegato la schiena, con infinita ipocrisia, leccando le scarpe a Mussolini e al fascismo. E i loro romanzi erano pure esercitazioni retoriche, senza l’ombra di coraggio e di indipendenza morale e intellettuale. Oggi […] scrivono romanzi antifascisti come ieri scrivevano romanzi fascisti; tutti, compreso Alberto Moravia, che gli stessi comunisti (quando Moravia non filtrava ancora col comunismo) definivano uno scrittore borghese, e perciò fascista. L’attuale romanzo italiano rispecchia l’attuale conformismo anti-fascista del popolo italiano, come ieri rispecchiava il conformismo fascista e […] rivela lo sforzo degli scrittori di conquistarsi una libertà formale e contenutistica in contrasto col loro inguaribile conformismo personale morale e intellettuale. Moravia, ad esempio, è il moralista e in un certo senso lo storico, non il critico, della borghesia fascista e chi ha voluto vedere negli Indifferenti un romanzo antifascista, ha sbagliato, consapevole o no, poiché l’indifferenza non era una reazione al fascismo, ma proprio una conseguenza di quella decadenza della società, di cui il fascismo era un altro degli aspetti”. Oppure quest’altro passaggio: “I lettori de ‘l’Unità’ non sanno che il massimo organo del P.C.I. è interamente scritto da giornalisti fascisti. Lo stesso Carlo Muscetta, infatti, redattore de ‘l’Unità’, non solo fu un gerarca fascista, e servo umilissimo dei servi di Mussolini, ma l’autore, in collaborazione di un altro fascista, l’attuale deputato comunista Mario Alicata, di un libro di letture per i ragazzi della scuola media, apparso nel 1941, dico nel 1941, presso l’editore Sansoni di Firenze col titolo Avventure e scoperte, nel quale gli osanna a Mussolini si accompagnano ai più smaccati e servili elogi a Mario Appelius, Attilio Crepas, Giuseppe Bottai ecc. Nessuna legge proibisce ai fascisti di diventare comunisti. Ma il buon gusto, la decenza, il pudore, dovrebbero consigliare loro di non impancarsi a Catoni, a giudici della vita morale e politica italiana, a esempi di coerenza e di intransigenza. Gli intellettuali fascisti passati al comunismo dopo la morte di Mussolini erano la zavorra del fascismo e sono oggi la zavorra del comunismo. Tradiranno il comunismo come hanno tradito il fascismo”. E taccio sugli altri esempi (di cui l’archivio Malaparte è pieno) che lo scrittore portava facendo nomi e citando opere. La verità sta forse nella constatazione, tutta pasoliniana (e quindi all’opposto), che questa “Italia è un Paese ridicolo”.
Da dove viene il nome "Curzio Malaparte"? Perché Kurt Erich Suckert ha deciso di firmarsi così?
È stato Franco Vegliani, il giornalista di “Tempo” (a cui Malaparte collaborava) che fu messo accanto allo scrittore durante i suoi giorni di agonia alla clinica Sanatrix di Roma affinché registrasse fedelmente, quasi fosse una cronaca, tutto ciò che accadeva, veniva detto o confessato fino alla morte. Racconta Vegliani che il passaggio di nome dal tedesco all’italiano avvenne nel 1925, anche se già da qualche anno aveva in mente uno pseudonimo letterario che suonasse meglio di quell’ostico cognome teutonico che gli aveva creato in passato (ai tempi della pubblicazione de La rivolta dei santi maledetti (sui fatti di Caporetto) problemi coi fascisti estremisti che lo aveva apostrofato in ogni modo: da tedesco ed ebreo internazionalista a bolscevico introdotto nelle file fasciste come disgregatore e sobillatore. E Vegliani citava l’amico Giuseppe Fonterossi che era a conoscenza di come fosse avvenuto il cambiamento: quando cioè Suckert vide Fonterossi leggere un raro libretto stampato a Torino nel 1869 e comprato in un bancarella a Campo dei Fiori intitolato I Malaparte e i Bonaparte nel primo centenario di un Malaparte-Bonaparte. L’anonimo autore del volumetto narrava che i Bonaparte in origine (ai primi anni del Mille) si erano chiamati Malaparte. Tale cognome era stato poi cambiato per concessione papale e imperiale, come premio dei servizi resi dalla famiglia alla causa della legittimità. Col rischio, però, di ritornare Malaparte tutte le volte che la famiglia assumeva atteggiamenti poco ortodossi. In tal modo, scriveva l’anonimo autore del volumetto, il Primo Napoleone si sarebbe dovuto chiamare Malaparte. Suckert si fece prestare quel libretto dall’amico, lo lesse e dopo un po’ lo si ritrova col nuovo nome di Curzio Malaparte. L’aneddoto così conosciuto verrebbe avvalorato dall’altro aneddoto che riferisce di un chiarimento da parte di Mussolini, al quale lo scrittore avrebbe risposto: “Perderò ad Austerlitz e vincerò a Waterloo!”.
Un neofita resterebbe immediatamente colpito dalle scelte politiche compiute da Malaparte. Prima di tutto, il fascismo: cosa ha cercato (e trovato) in Mussolini questo scrittore che Gobetti definiva "la miglior penna del regime"?
La domanda alquanto complessa, esige, purtroppo una risposta molto complessa, che spero di dare accennando ai rapporti, che erano di amicizia, proprio tra Malaparte e Gobetti. Nella primavera del ’22 Malaparte entra in contatto con Gobetti e si avvicina al gruppo di giovani intellettuali raccolti intorno ad “Ordine Nuovo” e a Gramsci. Gobetti gli propone di scrivere (chiusa ormai “Energie nuove” dove pensava di convogliare la giovane élite rivoluzionaria) su “Rivoluzione liberale” (fondata in quell’anno), dove Malaparte pubblica saggi sul Dramma della modernità (la crisi italiana come espressione della crisi di una civiltà; il contrasto tra civiltà protestante e civiltà cattolica), scritti poi ripresi e riuniti nel volume L’Europa vivente. Teoria del sindacalismo italiano. L’amicizia con Gobetti, nonostante le diversità di vedute, è profonda e sincera: “Su un punto solo non eravamo d’accordo – scrive Malaparte - sulla guerra. Egli svalutava l’importanza morale della guerra per le giovani generazioni, io, forse, la sopravalutavo. Egli era più giovane di me, non aveva partecipato alla guerra, perciò era molto più freddo, più sereno, molto più obbiettivo di fronte al dramma della guerra. Era anche molto più libero nei suoi giudizi, poiché non era impacciato e appesantito dalla retorica patriottica di noi reduci. La guerra, per me, era già una mia tradizione personale, la mia prima, fondamentale, esperienza di vita. Non potevo, perciò, essere obbiettivo, né libero, di fronte alla guerra. Ed è appunto il fatto ‘guerra’ che mi ha impedito di essere un antifascista, allora.” Malaparte riporta in un suo Memoriale ciò che Gobetti, prevedendo la sua fatale evoluzione in sensi nazionalista, spesso gli diceva: “È la retorica patriottica che ha creato il fascismo: per fortuna Lei si salva, perché ha molto ingegno, perché ha uno spirito libero, e perché è il contrario di un fascista. Lei non sarà mai fascista.”
Gobetti ha quindi ricoperto un ruolo importante nella formazione intellettuale e politica dell’autore…
Il rapporto con Gobetti chiarisce molte cose della posizione ideologica di Malaparte in questo periodo. Il giovane si accorge, altresì, che il suo disagio morale non è dovuto solo alla sua esperienza o situazione personale, ma comune a tutta la “gioventù colta e intelligente”. Tornato in patria, dall’Europa percorsa della prima guerra mondiale, pieno di fede nella rivoluzione italiana e profondamente deluso dei metodi antiquati, romantici e incerti coi quali uomini inadatti e tenacemente fedeli alla tradizione piccolo-borghese del rivoluzionarismo italiano conducono la lotta. “Avevo pensato – scrive – in principio di riavvicinarmi al Partito repubblicano [al quale era iscritto a Prato quando andò volontario], ma dopo aver visto da vicino i metodi, e lo spirito, della rivoluzione russa, il problema della rivoluzione italiana, quale era concepito e impostato, sul terreno teorico e pratico, dal Partito repubblicano, mi appariva antistorico e sostanzialmente reazionario, tanto nel senso politico quanto nel senso sociale.” Lo scrittore è turbato dalla crisi della politica italiana che assume aspetti e proporzioni preoccupanti, soprattutto nei confronti della classe operaia abbandonata alla mercè dei datori di lavoro appoggiati da Fasci: Malaparte era stato allevato ed era vissuto nella turbolenta Prato, la città operaia per eccellenza, da dove veniva Bresci l’assassino di Umberto I, segnata da anarchismo, radicalismo, lotte sindacali, scioperi, sommosse, arresti e bastonature, con un’alta coscienza delle rivendicazioni operaie che lo porteranno poi al sindacalismo rivoluzionario. Ma Gobetti ritiene che la salvezza della classe operaia stia nel “marxismo integrale”, ed è convinto che bisogna abbattere il fascismo “con tutte le forze e con la più profonda intransigenza”, mentre per Malaparte è più utile modificare il fascismo dall’interno. Anzi, nonostante le pressioni dei compagni di guerra, era rimasto estraneo al fascismo e non nascondeva la sua avversione “per la vacuità ideologica ed il formalismo pseudo-rivoluzionario del movimento. Ma la sua formazione culturale, il senso di smarrimento e di isolamento negli anni del dopoguerra, le lotte intestine tra Partito socialista e Partito comunista, la propaganda marxista che condanna e rifiuta proprio la gioventù interventista e volontaria di guerra, contribuiscono a cambiare le sue decisioni: “alla metà di settembre del 1922 mi decisi finalmente a inviare una lettera di adesione, pur con molte riserve, al Fascio di Firenze, dove fui iscritto in data 20 settembre. Scelsi il Fascio di Firenze, perché esso era, allora, un Fascio Autonomo, in lotta col P.N.F. E poiché Umberto Fasella, già Segretario del Fascio Autonomo e Segretario della Camera del Lavoro di Firenze, era stato espulso dal Fascio proprio in quei giorni, mi fu affidata la Segreteria della Camera Italiana del Lavoro. Questa carica era gratuita, e perciò nessuno la voleva”. Nel Fascio Autonomo ritrova i vecchi compagni dell’interventismo e del volontarismo.
Cosa cambia, a questo punto, nei rapporti con Gobetti?
Informa subito Gobetti della decisione e del proposito di dedicarsi non alla politica militante, ma all’opera di organizzazione e di assistenza della classe operaia, gli ripropone la necessità di creare un’organizzazione sindacale nazionale, italiana, per evitare che anche contro di essa si scagli l’odio cieco degli squadristi incapaci di distinguere fra marxista e antinazionale, fra operaio e antitaliano, fra organizzazione sindacale e organizzazione antifascista. Gobetti che già lo aveva messo in guardia (“Te ne pentirai. Ti renderanno la vita dura. Non sei fatto per loro. E loro non sono fatti per te. Diffideranno di te. [..] In quanto al sindacalismo, sono sicuro che una persona intelligente come Lei non potrà andar a lungo d’accordo, coi fascisti, e mi scusi, ma lo spero vivamente. Del resto penso che per rinnovarsi ed essere italiani sul serio, gli operai non abbiano bisogno di dichiararsi italiani: anzi, la via maestra per la redenzione del proletariato continua ad essere quella sentita come più aderente alle reali condizione storiche del proletariato: ossia la via rivoluzionaria, sovversiva, mitica. Ci torneremo dopo questa parentesi fascista, così confusa che hanno potuto accogliere anche Lei - proprio non me lo aspettavo -, che ne è l’antitesi. Oggi bisogna dare tutte le nostre forze a combattere il fascismo.”) Malaparte difatti da lì a poco sarà cacciato dalla Segreteria della Camera del Lavoro e la famosa rivoluzione fascista di sinistra alla quale credeva non avvenne mai. Si leggano nelle pagine della rivista intitolata “La conquista dello Stato” che Malaparte fondò nel 1924 gli interventi sul fascismo di Mussolini, sul fascismo integrale, sul fascismo rivoluzionario, sulla rivoluzione mancata e fallita e via dicendo: argomenti che facevano sequestrare ogni numero ed alla fine chiudere la rivista. Quello che accadde poi è un’altra storia che vede Malaparte “resistere” fino al 1931…e poi andarsene.
Negli anni del sostegno al fascismo, Malaparte fu attivo sostenitore dello "Strapaese", il movimento legato alla rivista "Il Selvaggio"
Cercherò di “chiarire” il periodo, nel quale il miglior libro di queste genere resta forse Italia barbara, dove accanto alle generalizzazioni di carattere teorico, è presente un gusto paesano appartenente alla migliore prosa toscana dell’Ottocento, specialmente in certi passaggi sospesi in un umorismo di tono volutamente tradizionale che svela la sua profonda sfiducia nella vitalità dell’Europa contribuendo a far nascere la tesi dell’antieuropeismo (che mi sembra ci sia anche oggi!) fascista. Un’esperienza di scrittura che era naturale lo portasse agli eccessi di Strapaese che è una ventura minima e marginale della sua carriera, un movimento politico e morale più che letterario, un modo di sentire e volere l’esistenza secondo un ritrovato sentimento italiano (la tradizione) e paesano (culto del luogo) della vita stessa (e quindi anche dell’arte che della vita è espressione): un mondo antico, prudente e al tempo stesso spregiudicato, realistico ma anche fantasioso, bizzarro, saldo intorno a pochi cardini di quell’antichità di sentimenti e di fede (si pensi ad un Pasolini!), ma anche pronto alla polemica, alla storia, all’invettiva contro tutto ciò che apparisse deviazione o degenerazione, ossia gli entusiasmi modernizzanti ed europeizzanti di Stracittà. Mi sembra una cosa normale che nel caso di Malaparte (chissà perché!) sembra invece essere letta in modo degenerato.
Insomma, un’esperienza da ridimensionare…
Si è verificata di recente, nella nostra storia letteraria, l’immissione di procedimenti e toni popolareschi che intenzionalmente, come nel periodo umanistico, ricreano l’equilibrio con le forme composte ed auliche. Ma credo che la “moda” strapaesana (di certo inventata per agitare le acque stagnanti della letteratura italiana) non rispecchiasse né rappresentasse il temperamento intimo di Malaparte (il quale avrebbe finito per essere etichettato come scrittore dalla visione scalmanata e carnascialesca della vita), perché se osserviamo meglio i contorni del fenomeno ne scopriamo un non riconosciuto aspetto documentario. Certo le finalità di Strapaese non erano quelle nobili della “Ronda”. Malaparte, però, possedeva un senso diverso della modernità che gli altri suoi coetanei scrittori vedevano come espressione inferiore e decadente del già vecchio e debole romanticismo straniero. In questa direzione anche la “Voce” di Prezzolini aveva con un equivoco innestato la tradizione italiana nel misticismo di Claudel, nel simbolismo di Rimbaud, nelle proposte di Apollinaire. Invece i giovani scrittore che proponevano, in opposizione, i vernacoli toscani, l’ingenua popolarità risorgimentale, lo stile della vecchia satira italiana, avevano intuito che la modernità e l’europeismo consistevano nello sviluppare un contributo nuovo e originale e non nell’aderire passivamente ad un programma o a una tendenza: ognuno quindi con le proprie qualità, non europei con qualità letterarie subordinate. La nuova generazione si alimentava così alle fonti della propria Rinascenza, non alle linee letterarie, travagliate e in crisi, degli altri Paesi. Non è forse questa la ricerca di quella identità di cui oggi tanto si parla? Del resto Malaparte non è rimasto, se non in modo fortuito, nei limiti buffoneschi di quella stagione di Maccari o dei discendenti Soffici, tra senso del reale e bizzarria letteraria tutta pervasa di vena epico-polemica ed eroico-burlesca, perché da lì a qualche anno la sua produzione si separerà nettamente dall’altra che inizierà intorno agli anni ’30 (fino agli anni ’40), ovvero il periodo della prosa d’arte e dei suoi libri di Racconti.
Qual è stato il rapporto di Malaparte con la sua provincia, Prato? E quello con le città più grandi?
Per quanto riguarda Prato, questa città non è soltanto un archetipo letterario, ma insieme ideologico e mitico, in quanto Prato è la Toscana con la sua storia (da Dante al Rinascimento) e, tornando indietro nel tempo, la patria degli Etruschi e la terra della greca misura, delle greche virtù, delle greche mitologie (si veda Maledetti toscani), ma è anche la Toscana-Prato dell’infanzia e della giovinezza perdute, con le sue immagini trasparenti, i luoghi, le voci, le sensazioni, i profumi, chiusa nel cromatismo, con gli echi di antiche vicende di dame e cavalieri, di arti e di mestieri. La Toscana-Prato come madre, nucleo originario e centro gravitazionale dell’universo malapartiano, isola psicologica, punto di partenza e di arrivo dei suoi viaggi, alfa e omega della vita, nella cui desolata geologia di morte lo scrittore, ultimo Ulisse stanco e maledetto, spera un giorno di essere sepolto (“E vorrei avere la tomba lassù, in vetta allo Spazzavento, per poter sollevare il capo ogni tanto e sputare nella gora fredda del tramontano”). Questa Toscana coincide con Prato, la città-simbolo che racchiude le memorie e i sogni e dove tutto finisce in un mucchio di stracci: sintesi finale della civiltà, calamita di tutti i rifiuti della terra, e città della sua lapide: “Io son di Prato, m’accontento d’essere di Prato, e se non fossi di Prato vorrei non essere venuto al mondo”. I rapporti con le altre città del mondo, sono soltanto occasionali e/o professionali, attraversate, descritte nei suoi libri (in Kaputt, ne Il Volga nasce in Europa, in Io, in Russia e in Cina ed altrove) ad eccezione di Parigi (e la Francia), la sua seconda patria, la cui importanza la si può soltanto comprendere leggendo il Diario di uno straniero a Parigi, dove è possibile anche capire meglio Malaparte.
Grazie all'interessamento di Galeazzo Ciano, Malaparte ottenne un posto da inviato al "Corriere della Sera". Com'era il Malaparte giornalista?
Quando dopo l’arresto a Regina Coeli ed il confino a Lipari, la Commissione medica militare di Messina lo dichiara “tuberbolitico” (conseguenza del gas yprite respirato durante la Battaglia di Bligny e causa della sua morte per cancro ai polmoni) inviandolo all’Ospedale militare di Palermo in osservazione, Malaparte chiede aiuto all’amico Borelli, allora direttore del “Corriere della Sera” per poter lavorare (scrivendo) e guadagnare così qualcosa. Borelli, con l’appoggio di Raffaele Mauri e Galeazzo Ciano, accoglie la sua collaborazione al “Corriere delle Sera”, ma “senza firma” e con “argomenti di carattere letterario e storico”. Malaparte accettò ed usò lo pseudonimo di “Candido”. Quella dell’inviato appartiene al periodo della seconda guerra mondiale sul fronte orientale che percorse tutto dalla Grecia alla Lapponia ed è questa una storia e una ricostruzione molto complessa e lunga. Dirò solo che i suoi reportages erano contraddistinti dalla verità e dall’aderenza a riferire le cose che vedeva con i suoi occhi (atteggiamento pericoloso in guerra per propaganda, per informazioni che potevano nuocere psicologicamente su chi vinceva o su chi stava perdendo, sulle prospettive d’attesa di una parte e dell’altra, e via dicendo) e per questo fu più volte cacciato dal seguito delle truppe tedesche e riaccompagnato al confine dalla Gestapo che lo riconsegnava alla polizia italiana e lui puntualmente ripartiva. CONTINUA>>>
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