LA 'PIETRA DORATA DI MISTRETTA' SBILANCIA COSA NOSTRA

10/06/2010 - di Antonio Condorelli - È sotto processo da due anni. La procura, che nel 2008 aveva chiesto inutilmente al gip il suo arresto, lo considera un prestanome delle cosche e per questo adesso lo accusa di “possesso ingiustificato di valori con l'aggravante di aver favorito l'associazione mafiosa Santapaola”. Ma nessuno a Catania lo sa.
Eppure Vincenzo Castelli, 48 anni, in città è un uomo che conta. Viene intervistato di continuo da giornali e tv locali. La Sicilia di Mario Ciancio, lo tiene sempre in considerazione. Anche perché Castelli non è solo un potente consigliere comunale fondatore del gruppo Pdl Sicilia. In municipio è presidente della commissione Tributi, una carica di rilievo in una città in bancarotta che però comincia ad andargli stretta, tanto che ora il presunto prestanome rivendica a gran voce un assessorato. Che dicono gli elettori?

Niente. Anche perché niente sanno. Non che il processo, ribattezzato Pietra Dorada, in cui Castelli è imputato, sia poca cosa.

A quell'inchiesta, la Dia ha lavorato per anni. E alla fine si è convinta che il consigliere comunale del Pdl Sicilia fosse una delle teste di legno che controllavano una grande cava a Mistretta di cui adesso la Procura sta tentando di ricostruire bilanci ed affari, gestita attraverso la Dorata di Sicilia Srl di cui Castelli era socio. Per l'accusa il politico di centrodestra sarebbe stato prestanome di alcuni personaggi vicini ai clan e di Giorgio Cannizzaro (arrestato e condannato con l’abbreviato), fratello dello “Zio Pietro” già inserito nel clan Santapaola. “Sono solo illazioni, io ero in quella società per lavorare”, ribatte lui al Fatto Quotidiano. Ma agli atti ci sono intercettazioni ambientali in cui Castelli parla di affari con il boss Sebastiano Rampulla, condannato per associazione mafiosa e fratello di Pietro, l’artificiere della strage di Capaci.

CASTELLI: “...io avevo il cinquantasette per cento di questa società. Che gli tenevo per dire la quota a “iddu”, la quota a lei...per dire...la quota...giusto è…”.

RAMPULLA: “Figurava...lei”.

I due, in un negozio di pesce frequentato da mafiosi, interpretano il ruolo tipico del sales manager evidenziando le qualità della pietra della cava di Mistretta.

RAMPULLA: “...io sono al di fuori del mestiere, io vaccaro sono, però, da quanto ne sento parlare...”.

CASTELLI: “questa cava, purtroppo, è una miniera d’oro… e tutto il mondo è interessato a questo prodotto...minchia come uscivamo però...La S.G.S. Thompson S.T. di Catania, la voleva Pistorio, la voleva tutta lui la montagna...”.

Mentre nel 2002 Castelli fa da presunto prestanome, la gestione della cava di Mistretta alimenta gli appetiti delle maggiori famiglie mafiose siciliane, in ballo ci sono le forniture per opere pubbliche milionarie. Ad Enna, secondo il pentito Antonino Giuffrè, si muove il nuovo capo di Cosa Nostra, scelto da Bernardo Provenzano su indicazione del boss Rampulla. Si chiama Raffaele Bevilacqua,un avvocato che è stato in carcere per diversi anni.Quando lo arrestano per la seconda volta nel 2003 gli investigatori notano alcuni appunti sulla sua agenda: “Campus”, “tel. avv. Grippaldi per Bernanasca”, “verificare se acquistano Pietra Dorata”, “Iudicello Mistretta (cava Mistretta)”.

Secondo la Procura di Catania si tratta dell’interesse mafioso “per la costruzione del polo universitario di Enna”. Il “Grippaldi” citato nell’agenda del boss Bevilacqua è l’avvocato Nino Grippaldi, attuale presidente di Confindustria Enna: nella società che gestiva la cava compariva sua madre come intestataria di alcune quote. Proprio nella relazione tecnica per la realizzazione del campus universitario, gli investigatori della Dia scoprono che tra i materiali da adoperare c’era la “pietra dura Dorata di Mistretta”. A firmare il progetto è l’ingegnere Bruno Franz, attuale vice presidente di Grippaldi in Confindustria. Grippaldi, che non è tra gli imputati, secondo quanto emerge dalle intercettazioni avrebbe introdotto nella compagine della società Michele Berna Nasca, grosso imprenditore, ritenuto dal sostituto procuratore Francesco Testa “braccio operativo dell’accordo mafioso tra Bevilacqua e Rampulla”.

Insieme, Grippaldi e Berna Nasca vengono intercettati mentre parlano dei contatti con i potenti imprenditori “Virlinzi”e“con Bruno Franz interessato ad un rendez vous a Nicosia”. Grippaldi e Berna Nasca avrebbero anche messo in atto un’azione per favorire l’uscita dei soci catanesi tra cui anche Castelli, arrivando a costituire una nuova società: la Pietra Dorata Srl nel 2004. Secondo il procuratore Testa a quel punto sarebbe avvenuto il“definitivo sbilanciamento del baricentro societario in favore della famiglia messinese di Cosa Nostra”.Lo stesso Berna Nasca avrebbe comunicato ad uno degli ex sociche la “Dorata di Sicilia” aveva “preso” la fornitura dell’appalto del Consorzio Universitario ennese del valore di 140 miliardi di lire grazie all’intercessione dell’onorevole regionale del centrosinistra (oggi deputato) Vladimiro Crisafulli e del boss Raffaele Bevilacqua.

Antonio Condorelli

Fonte: Il Fatto Quotidiano - 10 giugno 2010
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L'articolo è pubblicato in http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578 col titolo La cava della mafia e il consigliere del Pdl, La Procura di Catania indaga su Vincenzo Castelli, presunto prestanome delle cosche (10 giugno 2010)

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