ASILI NIDO: NORD-EST 18,4%, CENTRO (16%), SICILIA (6,2%)

L’Istat presenta per la prima volta i risultati del Censimento delle unità pubbliche e private che offrono servizi socio-educativi per la prima infanzia. L’indagine colma un rilevante vuoto informativo integrando le statistiche su questa tipologia di servizi con i dati relativi alla dotazione delle strutture sia nel settore pubblico sia nel settore privato.

04/11/2016 -  Nell’anno scolastico 2013/14 sono state censite sul
territorio nazionale 13.459 unità che offrono servizi
socio-educativi per la prima infanzia, il 35% è pubblico
e il 65% privato. I posti disponibili, in tutto 360.314,
coprono il 22,4% del potenziale bacino di utenza, ossia
i bambini sotto i tre anni residenti in Italia.
Per i servizi socio-educativi rivolti alla prima infanzia
i Comuni hanno impegnato nel 2013 circa 1 miliardo
559 milioni di euro: il 3% in meno rispetto all’anno
precedente.

L’offerta comunale di asili nido è molto differenziata sul territorio: nelle regioni del Nord-est utilizza strutture pubbliche o finanziate dai Comuni il 18,4% dei bambini sotto i 3 anni, la percentuale scende leggermente nel Nord-ovest e nel Centro (16% e 17,8% rispettivamente), mentre si passa al 6,2% nelle Isole e al 3,9% al Sud.

Le differenze territoriali nella quota di bambini presi
in carico dai servizi pubblici o finanziati dal settore
pubblico sono ancora forti. Al Centro-nord i posti censiti
nelle strutture pubbliche e private coprono il 28,2% dei
bambini sotto i 3 anni, mentre nel Mezzogiorno si
hanno 11,5 posti per cento bambini residenti. Oltre il
17% dei bambini del Centro-nord è accolto in servizi
comunali o finanziati dai Comuni. Nel Mezzogiorno è
meno del 5%.

 Notevoli anche le differenze nella spesa comunale
in rapporto al potenziale bacino di utenza.
Confrontando i Comuni capoluogo di Provincia, la
spesa più alta si ha a Trento, con 3.560 euro per
bambino residente, seguono Bologna con oltre 3.400 e
Roma con quasi 2.950 euro pro-capite; sul versante
opposto si trovano i Comuni di Reggio Calabria (31
euro per bambino), Vibo Valentia (57 euro), Catanzaro
(67 euro).

La disponibilità degli asili nido ancora lontana dai parametri europei

Nell’anno scolastico 2013/14, sono censite sul territorio nazionale complessivamente 13.459 unità che offrono servizi socio-educativi per l’infanzia e che hanno l’autorizzazione per 360.314 posti.
In particolare, risultano attivi 11.283 asili nido. Di questi, il 20% è costituito dalle “sezioni primavera”, quelle cioè che accolgono bambini di 24-36 mesi all’interno delle scuole dell’infanzia. Sono inoltre attive 2.176 unità che offrono “servizi integrativi per la prima infanzia”: nidi in contesto domiciliare, spazi gioco e centri per bambini e genitori.
I servizi a titolarità pubblica sono il 35% del totale e offrono il 50,5% dei posti complessivi. Le strutture pubbliche sono mediamente più grandi rispetto a quelle private e hanno una capienza media di 38 posti contro i 20 delle strutture private.
In rapporto al potenziale bacino di utenza si hanno 22,4 posti per 100 bambini con meno di tre anni. Questo valore risulta molto più basso della quota del 33% che l’Unione europea ha posto come obiettivo strategico per promuovere la maggiore partecipazione delle donne nel mercato del lavoro e migliorare la conciliazione della vita familiare e lavorativa.

L’offerta di servizi si differenzia molto dal Centro-Nord, con una media di 28,2 posti per 100 bambini, al Mezzogiorno con 11,5 posti per 100 bambini. Sul territorio regionale i servizi sono diffusi soprattutto in Umbria (con il 37% di posti disponibili rispetto ai bambini residenti sotto i 3 anni), in Emilia Romagna (35,3%), in Toscana (32,1%) e in Valle D’Aosta (31,6%).
La diffusione dei servizi a livello provinciale è piuttosto uniforme all’interno delle regioni e delle ripartizioni geografiche e riproduce sostanzialmente il divario fra Centro-nord e Sud del Paese. Le province in linea con i parametri europei, ovvero con un’offerta di posti superiore al 33% dei bambini residenti, sono quasi esclusivamente in Emilia Romagna, Umbria e Toscana, con le sole eccezioni di Milano e Biella.

La rilevazione è svolta dall’Istat in collaborazione con la Ragioneria Generale dello Stato (MEF), con la maggior parte delle regioni (Piemonte, Liguria, Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Umbria, Marche, Basilicata, Puglia, Sicilia) e con la Provincia autonoma di Trento.

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