RAPPORTO ZOOMAFIA 2016: MA COSA SI È MESSO IN TESTA QUESTO ANTOCI?

05/11/2016 - Con questo Rapporto, ogni anno, tentiamo di analizzare gli intrallazzi criminali a danno degli animali. La nostra analisi da sempre si è soffermata in modo puntuale anche sul malaffare legato ai pascoli, agli allevamenti, alla macellazione, mettendo in risalto la pericolosità e la spregiudicatezza dei gruppi criminali dediti a questi traffici. Una delle cose cha abbiamo registrato è la sottovalutazione
di questi aspetti - anche da parte degli apparati di controllo -, in quanto ritenuti di minore importanza rispetto ad altri traffici, se non residui di una folcloristica cultura delinquenziale che tarda a scomparire. Negli ultimi mesi, però, è venuta alla ribalta la “mafia dei pascoli”, dopo l’attentato al presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci. E così, con lo stesso ingenuo candore di chi scopre qualcosa di impensabile, i media hanno scoperto l’abigeato, la macellazione clandestina, le truffe ai fondi comunitari, il controllo del territorio, come se fossero fenomeni nuovi. In realtà la mafia è nata nelle compagne, negli allevamenti, tra i pascoli e non ha mai reciso il cordone ombelicale che la lega alle sue origini territoriali. Anzi, non è un caso che proprio nel territorio di origine trovano rifugio e protezione i boss latitanti.

Non è solo una questione di sicurezza: stare nel proprio territorio significa controllarlo,
non perderne il dominio, far percepire la propria presenza e
ricordare, semmai ce ne fosse bisogno, chi comanda. Controllare i
pascoli significa sì assicurarsi in modo fraudolento i fondi europei,
ma significa anche controllare il territorio e esercitare un dominio
sociale. Tipico esempio è rappresentato dalle “vacche sacre”, bovini,
perlopiù non anagrafati e di provenienza ignota, che vengono
lasciati pascolare senza alcun governo nei fondi altrui. Fenomeno
radicato fortemente in Calabria, ma presente anche in altre regioni.

Il presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, è diventato
un pericolo per le cosche mafiose per aver fatto una cosa semplicissima,
oserei dire ovvia, che diventa però rivoluzionaria, e come
tale pericolosa, in un sistema affaristico/collusivo: ha revocato le
concessioni demaniali a imprenditori vicini alla criminalità organizzata.
Una cosa che dovrebbe essere normale, ma è proprio la
normalità della legalità che spaventa i mafiosi, perché la criminalità,
come bacillo infettivo, cresce e si riproduce in una coltura di
miasmi malsani, nutrendosi di illegalità, compromessi, connivenze
e corruzione. La ventata di legalità rappresentata da Antoci, da alcuni
sindaci, e dal Commissariato di Polizia di Sant’Agata di Militello,
è l’antidoto al veleno mafioso. Questo le cosche lo sanno
bene, per questo sparano.

Ma cosa si è messo in testa questo Antoci?
Cosa vuole dai poveri mafiosi? Ha addirittura avuto l’ardire di
chiedere il certificato antimafia e ha revocato le concessioni demaniali.
Ma dove siamo arrivati! Si è sempre fatto così, ora questo
cosa vuole? Se viene imitato e se il suo protocollo sarà esteso anche
in altri ambiti, che fine faranno i tranquilli e atavici affari “degli
amici degli amici”? Se alla mafia le togli il territorio, le togli il suo
spazio vitale. Il territorio, quel determinato spazio geografico, è il
regno senza il quale si è spodestati. E va da sè che i mafiosi non
possono tollerare tutto questo. Non si tratta solo di affari e di soldi,
ma della messa in discussione del loro dominio territoriale, della
loro pretesa di trasformare il territorio, di governarlo secondo le
loro regole malsane, di controllarne e gestirne ogni singolo mutamento.
L’agguato subito da Antoci ha fatto puntare i riflettori sulla
mafia dei pascoli e sugli intrallazzi correlati. In realtà il problema
delle infiltrazioni criminali nel comparto degli allevamenti e della
pastorizia non è nuovo, anzi, in alcuni contesti si può parlare di sistema
consolidato e diffuso. Sulle truffe dei contributi comunitari
e dell’Agea ci sono state diverse indagini. Ciclicamente ci sono inchieste,
denunce, arresti. Ma tutto sembra nuovo, perché, superata
la piena delle indagini, nella quale i mafiosi, coerentemente con il
loro modo di pensare, si sono chinati come giunchi, tutto è tornato
come prima.

Macellazioni clandestine, vendita di carni infette,
allevamenti e macellerie acquistati con proventi illeciti,
evasione fiscale, frode, truffa all’Unione Europea e a Paesi Terzi, è
il mondo sommerso dove agisce furtivamente la cosiddetta “Cupola
del bestiame”, una delle filiere più floride della zoomafia. Storia
vecchia, quindi, ma sempre nuova. Basta vedere cosa stanno svelando
le indagini del dottor Manganaro, commissario di Polizia di
Sant’Agata di Militello, e dei suoi uomini: traffici di animali infetti
da tubercolosi, uso di farmaci vietati, furti e macellazioni clandestine.
Non è un caso che anche loro sono nel mirino delle cosche,
e le minacce e le intimidazioni che hanno subito lo dimostrano. I
mafiosi hanno capito che questa volta non si tratta di un’indagine
passeggera e limitata e, soprattutto, che non si può neutralizzare
facilmente attraverso i soliti intrallazzi. Per questo crea spavento
e panico. Neanche gli amici al posto giusto questa volta possono
fare qualcosa, nonostante i tentativi.
Varie inchieste fatte negli ultimi anni –inchieste che hanno riguardato
diverse regioni e per fatti diversi tra loro-, hanno delineato
in modo preoccupante il ruolo dei cosiddetti insospettabili,
ovvero i veterinari delle ASL, che avrebbero dovuto garantire il rispetto
della legge negli allevamenti e nei macelli e che si sono rivelati
autentici complici di varie organizzazioni dichiarando
controlli mai eseguiti, fornendo timbri e documenti falsi, dichiarando
falsamente l’assenza di patologie in atto, fornendo la necessaria
copertura e ausilio nella macellazione abusiva e nella
vendita delle carni illegali.

Ovviamente si tratta di poche mele
marce che offendono l’onore dell’intera categoria, ma quanti di
questi professionisti dopo la condanna passata in giudicato sono
stati radiati dall’Ordine dei veterinari? Ci sono casi di veterinari
pubblici condannati con sentenza definitiva che ricoprono ancora
il loro ruolo. Che credibilità possono avere le istituzioni se non
provvedono a fare pulizia di elementi simili? Perché chi doveva vigilare
amministrativamente sull’operato di funzionari infedeli non
è intervenuto? Notoriamente spesso questi reati sono accompagnati
da fenomeni di corruzione e di falso documentale. La corruzione
esaspera il malaffare dei traffici contro gli animali aprendo
varchi nel sistema dei controlli. Va rafforzato l’apparato normativo
contro la corruzione con l’acquisizione di strumenti normativi tipici
del contrasto alla criminalità mafiosa, e prevedere aggravanti
per il coinvolgimento collusivo di pubblici ufficiali in questi reati,
perché sono proprio loro che di fatto rendono possibile, con la loro
malafede, la realizzazione del reato.

L’analisi dei crimini zoomafiosi fa emergere l’esistenza di sistemi
criminali consolidati, di veri apparati con connivenze tra delinquenti,
colletti bianchi, amministratori e funzionari pubblici.
Sistemi criminali a danno degli animali e, in generale, della società.
Le illegalità legate al mondo animale sono molteplici e richiamano
le attenzioni di diverse categorie. Non deve sorprendere, quindi, il
fatto che vengono denunciate persone appartenenti a categorie
culturali, economiche e sociali completamente diverse tra loro: l’interesse
criminale per gli animali è eterogeneo, trasversale, complesso
e multiforme, ed è organizzato in gruppi di individui dotati
di strutture, regole, vertici e sistemi di controllo; gruppi che sono
costituiti per commettere crimini, e in particolare crimini per fini
di lucro.

È sempre più evidente, la presenza di una sorta di imprenditoria
zoomafiosa, formata da imprenditori senza scrupoli e
affaristi che, per il raggiungimento dei loro obiettivi, creano sinergie
scellerate con delinquenti, funzionari collusi, e speculatori,
uniti dall’interesse economico comune. Segnali di questo tipo si
intravedono nel traffico di cuccioli, nella gestione dei canili, nell’allevamento
e macellazione di animali, nella distribuzione agroalimentare.
Nel traffico di cuccioli, ad esempio, è noto l’interesse di
alcuni esponenti della camorra, mentre nella gestione dei canili
basta ricordare le vicende di “mafia capitale” che hanno evidenziato
il tentativo di accaparramento degli appalti comunali.

Sul piano investigativo occorrerebbe intervenire più approfonditamente
per far emergere questi profili criminali e per adottare strategie
di contrasto più radicali. Parimenti occorrerebbe intensificare
l’analisi e il contrasto a tutte le forme di maltrattamento organizzato
di animali, come ad esempio i combattimenti tra animali e le
corse clandestine di cavalli, per individuare e reprimere in primis
proprio il loro profilo organizzato e programmato, poiché si tratta
di forme di maltrattamento intrinsecamente consociative che trovano
la loro consumazione solo sotto forma di evento pianificato
e strutturato. Non è strategicamente vincente fermarsi al singolo
episodio delittuoso, ma occorre aggredire l’organizzazione che sta
a monte di quel delitto e che lo ha progettato e realizzato.
Questo Rapporto, che è alla sua diciassettesima edizione, nasce
dall’utilizzo di diverse metodologie: analisi delle statistiche di
massa, investigazioni individuali, ricerche settoriali, ricerche storiche,
analisi comparata dei dati forniti dalle Forze dell’Ordine e dalla
magistratura, dell’archivio LAV e delle fonti giornalistiche (1).

I fatti e gli scenari descritti in questo Rapporto non riguardano
solo sodalizi mafiosi, ma in generale fanno riferimento a illegalità
ambientali o a danno di animali in senso lato, o a
situazioni illegali riconducibili a gruppi organizzati, anche se gli
stessi non possono essere qualificati come mafiosi, né le persone,
le strutture o le associazioni citate sono da considerare come appartenenti
a sodalizi mafiosi. Nel presente Rapporto vengono citate
varie inchieste giudiziarie, alcune delle quali concluse ed altre
non ancora. Tutte le persone, le società e le strutture coinvolte e/o
citate a vario titolo, anche se condannate nei primi gradi di giudizio
sono da ritenersi innocenti ed estranei ai fatti fino a sentenza
definitiva. Quando parliamo di zoomafia non intendiamo la
presenza o la regia di Cosa nostra dietro gli scenari descritti, piuttosto
ci riferiamo ad atteggiamenti mafiosi, a condotte criminali
che nascono dallo stesso background ideologico, dalla stessa visione
violenta e prevaricatrice della vita.

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