AZIONE DI CONTRASTO DEI CARABINIERI IN SICILIA AL CAPORALATO DIGITALE NEL SETTORE DEL FOOD DELIVERY: GIOVANI MESSINESI SFRUTTATIMESSINA, 16 mar 2026 – A conclusione di una complessa attività investigativa, coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Messina, è stato notificato un “avviso di conclusione delle indagini preliminari” (ex art. 415 bis c.p.) a carico dell’Amministratore Unico e di tre collaboratori di una società messinese operante nel settore del food delivery. Ai soggetti indagati è contestato il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro (art. 603-bis c.p.), c.d. caporalato, aggravato dal numero di lavoratori coinvolti: diverse decine di rider italiani. Parallelamente, è stata contestata la violazione di diverse disposizioni previste a tutela della sicurezza sui luoghi di lavoro (art. 18 D.Lgs. 81/2008) e la Responsabilità Amministrativa degli Enti (D.Lgs. 231/01), in quanto i reati sarebbero stati commessi nell’interesse e a vantaggio dell’azienda attraverso un modello organizzativo palesemente contrario ai principi di legalità.
L’operazione è stata condotta dai Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro (NIL) di Messina,
attivamente coadiuvati dal Nucleo Operativo del Gruppo per la Tutela Lavoro di Palermo.
Le risultanze investigative hanno delineato un sistema che traeva profitto sistemico dallo stato di
bisogno di una platea composta da studenti universitari e giovani locali. In un contesto economico
fragile, i rider erano costretti a utilizzare mezzi propri per effettuare consegne remunerate con
compensi inferiori, in alcuni casi, a meno della metà degli importi stabiliti nel CCNL, spingendoli a
esporsi a rischi stradali elevati pur di raggiungere una soglia minima di sussistenza.
In particolare, dalle indagini sono emerse gravi violazioni dei parametri giuslavoristici:
corresponsione di compensi sistematicamente inferiori rispetto ai minimi stabiliti dai Contratti
Collettivi Nazionali (CCNL) di Trasporti e Logistica: paghe a cottimo tra i 2,40 e i 2,99 euro per
consegna.
Imposizione di ritmi, orari di impiego e metodi di sorveglianza degradanti e lesivi della dignità
del lavoratore e della normativa vigente.
Totale assenza di formazione specifica sui rischi connessi alle mansioni svolte e mancata
sottoposizione alla sorveglianza sanitaria e alle visite mediche obbligatorie.
L’indagine ha svelato l’esistenza di un vero e proprio “caporalato digitale”. La società coinvolta
utilizzava una piattaforma informatica proprietaria che, mediante algoritmi predefiniti, gestiva
unilateralmente l’assegnazione degli ordini, i vincoli operativi e il controllo costante delle
prestazioni dei ciclofattorini.
L’attività dei militari del NIL di Messina ha dimostrato come tale sistema - integrato dall’utilizzo di
chat WhatsApp per la direzione immediata dei lavoratori - configurasse una chiara etero-
organizzazione algoritmica. La tecnologia non fungeva da mero supporto all’autonomia, ma
esercitava i poteri tipici del datore di lavoro (pianificazione, controllo e valutazione), mascherando
un rapporto di lavoro subordinato sotto le spoglie di prestazioni autonome e occasionali.
Per massimizzare i profitti ed evitare i “tempi morti” tra una consegna e l’altra, tra le direttive
aziendali vi era l’obbligo per il rider di inviare la parola “libero” tramite l’applicazione e di
aggiornarla ogni minuto. Questo serviva a confermare la disponibilità continua non appena
terminato un servizio. I responsabili aziendali monitoravano i tempi d’esecuzione e, in caso di
ritardi o lentezze, interpellavano telefonicamente i rider. Spesso imponevano direttamente come
velocizzare il turno e stabilivano d’imperio quale fosse l’ultima consegna della giornata, senza
concedere alcuna possibilità di replica ai lavoratori. Il rider non aveva la libertà di rifiutare una
consegna. Ogni rifiuto doveva essere “ben motivato” e, in caso contrario, comportava rigidi
ammonimenti o la perdita del diritto di ricevere l’assegnazione per gli ordini successivi. Questo
sistema generava una totale subordinazione, obbligando di fatto il fattorino ad accettare ritmi di
lavoro estenuanti.
A seguito dell’accertamento delle violazioni in materia di “salute e sicurezza”, i Carabinieri del NIL
hanno proceduto all’irrogazione di sanzioni per euro 66.940,29 (nell’organizzazione aziendale
l’integrità fisica dei lavoratori è stata considerata un danno collaterale. A riguardo, è emblematico il
caso di una giovane rider che, rimasta coinvolta in un sinistro durante l’attività lavorativa, subiva
pressioni psicologiche, volte a indurla a dimettersi per evitare controlli dell’INAIL).
Contemporaneamente, sono state avviate le procedure di recupero degli oneri (contributivi,
previdenziali e assistenziali) elusi per un importo di euro 696.191,60. Con riferimento a detta frode
contributiva, è stato accertato che gli indagati, costantemente, monitoravano i compensi corrisposti
a circa 300 rider per non superare la soglia dei 5.000 euro annui, tetto utilizzato come scudo per
evitare i versamenti previdenziali e mantenere il simulacro della “prestazione occasionale”.
Gli indagati, venuti a conoscenza delle indagini nei loro confronti perché destinatari di un decreto di
perquisizione, mettevano in atto una serie di strategie per occultare le prove a loro carico:
chiedevano al gestore del database aziendale di rimuovere fisicamente i dati degli ordini degli anni
precedenti dall’archivio e modificare tempestivamente le credenziali e le password di accesso al
sistema, così da impedire eventuali ispezioni telematiche; prendevano in considerazione anche la
possibilità di nascondere il computer aziendale e modificare il “file cassa” per abbassare gli importi
registrati, mascherare il reale giro d’affari e coprire i pagamenti in contanti non dichiarati.
La società in questione, attualmente in fase di liquidazione, è stata formalmente diffidata alla
regolarizzazione dei lavoratori e all’adozione di assetti organizzativi idonei a prevenire il reiterarsi
di fenomeni di sfruttamento.
L’operazione messinese non è un intervento isolato, ma si innesta nel quadro di una manovra
operativa avviata fin dal 2023, su scala nazionale, dal Comando Carabinieri per la Tutela del
Lavoro che, nell’affermare il proprio impegno di vigilare affinché lo sviluppo tecnologico della Gig
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Economy non si traduca in un’elusione delle garanzie costituzionali, ha fissato tra le principali
priorità quella del contrasto al c.d. caporalato digitale. Detta manovra strategica, recentemente, ha
permesso di fornire elementi indiziari alla Procura della Repubblica di Milano sulla base dei quali
sono stati adottati provvedimenti di controlli giudiziari nei confronti dei principali attori nel settore
food delivery.
L’inquadramento dell’operazione messinese all’interno della più ampia cornice operativa nazionale
permette di tracciare le marcate differenze nelle metodologie di sfruttamento dei rider tra l’Italia
settentrionale e la Sicilia:
le indagini condotte a Milano hanno portato alla luce un sistema basato su piattaforme
informatiche e app altamente sofisticate. I lavoratori nel settentrione venivano rigidamente
eterodiretti da algoritmi in grado di predefinire l’ambiente operativo, governare la prestazione
attraverso stati digitali, geolocalizzare costantemente i rider e misurarne in tempo reale le
performance ai fini retributivi. Le vittime in questo contesto geografico risultavano essere
prevalentemente cittadini extracomunitari.
Lo scenario scoperto a Messina delinea un profilo del tutto differente sia per le vittime che per
gli strumenti tecnologici impiegati. A essere sfruttati non erano cittadini stranieri, bensì diverse
decine di ciclofattorini, per lo più studenti universitari e giovani messinesi. Questi ragazzi,
costretti dalla precarietà lavorativa locale ad accettare compensi inferiori a 3 euro a consegna,
venivano eterodiretti attraverso tecnologie decisamente meno sofisticate. Oltre a una
piattaforma informatica di base, infatti, il coordinamento operativo, i vincoli e il monitoraggio
degli ordini venivano imposti “artigianalmente” attraverso l’uso di semplici chat su WhatsApp.
Il Comando Carabinieri per la Tutela del Lavoro, attraverso le operazioni coordinate a livello
nazionale, ribadisce il proprio costante impegno nel disarticolare il caporalato in ogni sua forma,
sia quando si nasconde dietro sofisticati algoritmi internazionali, sia quando sfrutta i giovani nei
contesti locali con metodologie più rudimentali.
Si precisa che il procedimento penale verte nella fase delle indagini preliminari e che, per il
principio di presunzione di innocenza, la responsabilità delle persone sottoposte a indagini sarà
definitivamente accertata solo ove intervenga una sentenza irrevocabile di condanna.
Foto da Bikeitalia
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