COME FU CHE I LIBRIZZESI ‘SOFFIARONO’ LA STATUA DELLA MADONNA DELLA CATENA AI GIOIOSANI

16/8/2009 - di Giuseppe Alibrandi - L’aspirazione comune del Libricii populo era quello di organizzarsi in civitas, reclamando il diritto di dedicarsi completamente alla sua terra contro la corvèe pretesa dal Monastero di Patti, di una settimana di lavoro su tre nelle terre dell’Abbazia, spettantegli in base alle costituzioni e privilegi feudali. E poi c’erano tande e gabelle reclamate dai baroni e le prestazioni in uomini dovuti alla compagnia dei soldati di piedi che i Giurati della città di Patti, al tempo della guerra di corsa tra cristiani e musulmani, ingiungevano agli Orioles, della terra di San Piero Patti , di abbassare alla marina di Patti.

La terra del Libricii per essere vicina alla città di Patti , soggetta agli attacchi dei corsari, aveva affidato alla sua torre di guardia la sicurezza dei cristiani allertati prima che i corsari barbareschi li predassero e alla devozione della Madonna della Catena affidava il destino di quei cristiani della costa incatenati al remo delle navi corsare secondo l’usanza di mare che vedeva cristiani e musulmani ridotti in schiavitù al servizio della marineria avversaria.

Era anche attiva la Confraternita della Madonna della Catena che raccoglieva i devoti della Madonna il cui simulacro attribuito ai Gagini ( 1540) campeggia all’altare maggiore della Chiesa Madre di Librizzi. Gagini Antonello (1478-1536) operò a Messina dal 1498 al 1507, poi passò a Palermo dove si mette in società con Matteo Sarzana per commercializzare i vini della vigna di Carini, un investimento che aveva fatto con i proventi derivanti dalla sua arte. Secondo l’atto stipulato in Palermo il 6 luglio 1527, l’accordo tra i due era quello di imbarcare i vini della vigna di Carini e venderli a Brolo, nelle terre dei Lancia, il cui feudo si estendeva fino alle terre di Ficarra, Galati, Longi, Piraino.

Il commercio in vini divenne occasione per commesse di nuove opere. Quella del commercio era una vocazione di famiglia al pari dell’arte. Famiglia di cavatori di marmo, divennero scultori passando dal mazzuolo al bolino. Il Di Marzo mentre elenca tutte le opere commissionate al Gagini nelle terre dei Lancia, soprattutto in terra di Ficarra, non lascia intendere di aver visto alcunchè nella terra di Librizzi e della Joiusa Guardia.( G. Di Marzo, I Gagini e la scultura in Sicilia, Palermo,1884) Il Di Marzo infatti che ha il vezzo di indicare se ha avuto contezza o meno dell’opera - testualmente “ non ho veduto se esista”- non gli attribuisce nè statua nè alcuna altra opera scolpita, dacchè fu a Palermo dal 1476 al 1514. D’altro canto è anche vero che era capace di impegnarsi contemporaneamente per più di un’opera e di opere commissionategli un anno due anni prima accadde che siano state finite e consegnate nell’anno in cui ” terminò egli in sul meglio il glorioso corso della sua vita” e cioè l’anno 1536. Presumibilmente è il figlio Antonino l’autore della Madonna della Catena di Librizzi che all’epoca, dopo la morte del padre, è per certo operativo a Ficarra nella terra dei Lanza secondo quanto attestato da un contratto, ricordato dal Di Marzo, del 6 febbraio 1544 col quale si impegnava col barone Enrico Lanza per una statua della Madonna di Loreto di cui indotare la Chiesa del Convento. La tradizione racconta che una delegazione di cittadini delle terre della Joiusa ,di Montagnareale e di Librizzi si recarono a Palermo per scegliere tra le tante Madonne della Catena presenti nella bottega dei Gagini e che furono proprio i librizzesi a scegliere per primi la più bella delle statue che i Gagini pare producessero in serie o che comunque gli venivano commissionate dai committenti secondo il modello che trovavasi in questa o quella chiesa di Palermo.

I Gagini come molti artisti palermitani o con studio a Palermo erano dei replicanti. Un modello dell’effigie della Madonna della Catena si trova anche nella Chiesa della Catena di Gioiosa Marea, in marmo di Carrara , senza base ( cm. 137x18) proveniente dall’omonima chiesa di Joiusa Guardia, inferiore come modello Quella che i librizzesi avrebbero soffiata ai gioiosani, portandosela a casa al suono della cornamusa, è un modello incommensurabile, per la finezza del modellato e delle forme, affermano Princiotta e Lo Castro, autori di Itinerari gaginiani del 1988, si capisce che sia una tarda replica di un modello gaginiano. A prescindere dalle forme le due statue non differiscono nell’ornamento simbolico:infatti le due statue della Madonna della Catena reggono con la destra una catena di ferro a cui è attaccato un attrezzo di detenzione. Nella base della Madonna della Catena di Librizzi è effigiato un presepe, comune in molte statue di scuola gaginiana. Ai lati due testine alate di angeli. La guerra di corsa che dopo la battaglia di Lepanto aveva allentato le scorrerie dei barbareschi sulle coste cristiane, si lasciava dietro le ferite della cattività di cui erano rimaste vittime molte famiglie e nelle chiese dedicate alla Madonna della Catena si continuava a raccogliere l’obolo per i cristiani in cattività e si facevano preghiere per le anime di quegli sfortunati morti sull’altra sponda del mare mediterraneo. Patti nel 1544, quattro anni dopo che i librizzesi si portaqrono a casa la statua della Madonna della Catena al suono della cornamusa, subì il sacco di Dragut luogotenente di Ariadeno Barbarussa impegnato nell’assedio di Lipari. Fu presa, come canta il poeta popolare Giovanni Andria di Simon, col ritorno di faro.

Lipari fu distrutta e i suoi abitanti ridotti in cattività dalli nemici della fide cristiana. Altrettanto accadde ai pattesi abituati a fare pertugi nelle mura della città che ridotte a una gruviera permisero ai giannizzeri turchi, venuti a far provvista d’acqua sulla costa di Patti, a penetrarla e violarla fino a fare delle sue campane cannoni. Patti e la terra della Joiusa Guardia avevano i loro figli in mano ai turchi saraceni. In base ai Riveli, conservati a Palermo che vanno dal 1596 al 1606, 634 erano gli schiavi siciliani in Barberia. Patti ne contava 13, la Giusa Guardia 2, la Ficarra 4. Le città e le terre di Sicilia deliberarono a favore dell’Arciconfraternita della Madonna della Catena con sede a Palermo la tassa di un tarì e grani dieci a testa. Patti inviò venti onze, Ficarra 4, Giusa Guardia 12. Librizzi, ingrata, manco un tarì. Il 19 luglio del 1600 il nobile Ansalone, per conto dell’Opera della Redenzione in Palermo, dopo lunghe e tormentate trattative, riscattò 29 schiavi provenienti dalle terre di Sicilia e tra questi, giunti con un vascello al porto di Palermo il 27 luglio dello stesso anno, delle nostre località, c’erano quattro di Milazzo e uno della Giusa. Il nobile Ansalone palermitano non era partito, il pascià di Tunisi se lo teneva in garanzia per i futuri riscatti. Il furbo Pascià si siggiva la munita e si tineva li sclavi siciliani. Questo era per i cristiani di allora il significato della festa della Madonna della Catena. Si pregava e si raccoglieva l’obolo per i siciliani in mano delli turchi infedeli. Cos’altro potrebbe simboleggiare oggi quella catena di ferro che la Madonna regge nella mano destra? Ieri come oggi è sempre un attrezzo di detenzione in mano ai Nuovi Barbari come li ha battezzati lo scrittore Baricco, assai numerosi di qua e di là del Mare Oceano.


(testo e foto a colori Giuseppe Alibrandi, copyright 2009)

foto in b/n su http://www.lagentedilibrizzi.it/devozione/devozione.htm
(un sentito ringraziamento a Carmelo Rifici)




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