Divario digitale dal Mezzogiorno alla Sicilia, un ostacolo strutturale allo sviluppo economico e sociale

  DIVARIO DIGITALE: SICILIA INDIETRO ANTOCI APRE IL CASO A BRUXELLES. Antoci: “Senza interventi concreti, Sicilia e Mezzogiorno rischiano di restare indietro anche nell’istruzione digitale.” Strasburgo, 29 aprile 2026 – Il persistente divario digitale tra le regioni italiane, con particolare riferimento al Mezzogiorno e alla Sicilia, continua a rappresentare un ostacolo strutturale allo sviluppo economico e sociale, incidendo in modo diretto anche sul sistema scolastico e sulle opportunità delle nuove generazioni. Per questo l’europarlamentare del Movimento 5 Stelle Giuseppe Antoci ha presentato un’interrogazione alla Commissione europea, chiedendo una valutazione aggiornata del fenomeno e misure concrete per ridurre le disuguaglianze territoriali nell’accesso alle tecnologie digitali e all’istruzione. “Secondo i dati più recenti – dichiara Antoci – l’Italia è ancora lontana dagli obiettivi europei sulle competenze digitali di base. Una situazione che diventa ancora più critica nel...

DOCENTE AGGREDITA A PALERMO, TRIPODI: “COME HO DETTO A ‘UNO MATTINA’, SI DEVE PROSEGUIRE NELL’AZIONE GIUDIZIARIA PER 4 MOTIVI”

"Oggi la docente rappresenta tutte le professoresse in Italia che sono continuamente offese da genitori che non rispettano la libertà di insegnamento garantita dalla Costituzione Italiana. Ritirare la querela vuol dire incoraggiare altri incivili a continuare sul piano delle incursioni e delle offese. Il genitore ha commesso con evidenza almeno due reati…”
Palermo, 21/11/2013 - I fatti: una docente di un liceo scientifico di Palermo aggredita per aver giudicato male un tema. I genitori dello studente, accusato dalla docente di avere consegnato un compito copiato, si presentano a scuola e aggrediscono verbalmente l’insegnante:
“Lei si è permessa di dire a mio figlio che il compito non era farina del suo sacco”, inveisce il papà. “Lei non capisce niente, non capisce neanche l’Italiano, anche se insegna Italiano”, “Stia attenta, io la rovino, lei mi deve ascoltare, io sono un sottufficiale di Polizia”, “Io vengo qui - incalza il genitore infuriato - quando voglio e come voglio e lei mi deve ascoltare perché è pagata per questo”. E conclude: “Tanto voi non fate niente, in classe giocate!” Adesso, l’insegnante - che nel frattempo è stata contattata dai genitori che si sono scusati, non sa che fare: ritirare la denuncia o proseguire nell’azione giudiziaria?

Io ribadisco la posizione già espressa a Uno Mattina il 16 novembre. La professoressa deve proseguire nell’azione giudiziaria per quattro motivi: Oggi lei rappresenta tutte le professoresse in Italia che sono continuamente offese da genitori che non rispettano la libertà di insegnamento garantita dalla Costituzione Italiana. Ritirare la querela vuol dire incoraggiare altri incivili a continuare sul piano delle incursioni e delle offese.
Il genitore ha commesso con evidenza almeno due reati: interruzione di pubblico servizio e oltraggio a pubblico ufficiale. Il genitore si è scusato solo dopo aver appreso della querela che può danneggiarlo nel lavoro. Ieri mattina i carabinieri hanno arrestato un commerciante di Trabia che aveva allacciato illegalmente la rivendita di frutta alla rete elettrica. Non è possibile che in questo Paese un poveraccio che compie un reato sia arrestato e che un agente di polizia, o un noto politico che froda 60 milioni di euro al fisco, non subiscano conseguenze. Nei Tribunali sta scritto che la legge è uguale per tutti e questo principio in democrazia vale dai tempi della rivoluzione francese. Non mi sembra il caso di cancellarlo proprio ora.

Sono poi deluso dal fatto che preside e vicepreside abbiano fatto entrare i genitori infuriati durante le ore di lezione e non abbiano spiegato loro che potevano tornare solo durante le ore programmate di ricevimento, mettendo in difficoltà la docente. È stata una mancanza di professionalità.

Ma sono preoccupato dal fatto che nella Polizia di Stato vi siano sottufficiali che si presentano così: “Stia attenta, io la rovino, lei mi deve ascoltare, io sono un sottufficiale di Polizia”. Ma dove siamo? Nel Cile di Pinochet? Se fossi il Ministro Alfano non consentirei a questa persona, che suo malgrado rappresenta lo Stato in situazioni delicate, di restare in Polizia.
Naturalmente i genitori non hanno alcuna competenza a giudicare se i docenti di italiano capiscano l’italiano, ma il problema sussiste. “La questione è paradossalmente semplice: i genitori italiani hanno o no il diritto di sapere se i professori dei loro figli sono bravi? O per meglio dire, hanno o no il diritto di avere professori bravi per i loro figli? E chi garantisce loro questo diritto?” Non ho intenzione di difendere il padre poliziotto arrogante, né di sconfessare la brava e coraggiosa professoressa, ma il problema esiste.
È noto che dal 1974, quindi da quarant’anni, i professori italiani non sono valutati da nessuno. I sindacati si sono messi di traverso su questa questione e i partiti hanno obbedito. È ovvio che in Italia, i presidi e i docenti ignoranti e incapaci saranno sempre contro la valutazione del loro operato. Che aspettano Parlamento e Governo per mettere la parola fine alla cultura del ‘68? Che genitori e professori si tirino i capelli?

Roberto Tripodi
Presidente regionale ASASI

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