“DI MAFIA SI MUORE SEMPRE TRE VOLTE”, PERCHÉ MADRE È PER SEMPRE, COME IL VITALIZIO AI CORROTTI!

La piece teatrale “Di mafia si muore sempre tre volte” è andata in scena venerdì 13 marzo al cineauditorium di Naso (Me). Il lavoro, ideato da Rosetta Casella, è scritto e diretto da Marina Romeo ed interpretato da Beatrice Damiano, Oriana Civile e Salvatore Barone. Il dolente ma salvifico racconto di Giuseppa Di Sano, testimone dell'uccisione della figlia; Serafina Battaglia, la prima madre-coraggio a sfidare Cosa Nostra; Felicia Bartolotta, madre del protagonista dei 'Cento passi' , Francesca Serio, madre del sindacalista Salvatore Carnevale, ucciso dalla mafia; Graziella Campagna, e Rita Atria, suicida dopo l'attentato a Borsellino

16/03/2015 – Donne (forse) si nasce, madri sfortunate si diventa. Mafiosi pure, ma ci vuole l’appeal. E pochi come il grande poeta popolare Ignazio Buttitta hanno saputo dare voce a madri sfortunate, riverse sulle salme esanimi di figli incappati nelle spire del coraggio, della ribellione, della coscienza che non si piega ai corrotti, ai violenti, ai farabutti. Di ciò tratta la piece teatrale andata in scena venerdì 13 marzo scorso al cineauditorium di Naso, in provincia di Messina, “Di mafia si muore sempre tre volte”, lavoro scritto e diretto da Marina Romeo ed interpretato da Beatrice Damiano, Oriana Civile e Salvatore Barone , nei panni e nel dolore di Giuseppa Di Sano, testimone dell'uccisione della figlia; Serafina Battaglia, la prima madre-coraggio a sfidare la pluiripremiata ditta Cosa Nostra; Felicia Bartolotta, madre del protagonista dei 'Cento passi', Peppino Impastato; Francesca Serio, madre del sindacalista Salvatore Carnevale, ucciso dalla mafia; Graziella Campagna, figlia (aspirante sposa e madre) trucidata da mafiosi incalliti per avere scoperto i segreti di un latitante eccellente; Rita Atria, suicida dopo l'attentato al giudice Borsellino.
Ancilu era e nun avia ali                                     Angelo era e non aveva ali
nun era santu e miraculi facìa,                           non era santo e miracoli faceva
'n cielu acchianava senza cordi e scali               saliva in cielo senza corde e scale
e senza appidamenti nni scinnia;                        e senza sostenersi ne scendeva;
era l'amuri lu so' capitali                                    era l'amore il uso capitale,
e 'sta ricchizza a tutti la spartìa:                         questa ricchezza con tutti la spartiva:
Turiddu Carnivali nnuminatu                             Turiddu Carnevale nominato
ca comu Cristu nni muriu ammazzatu.                che come Cristo morì ammazzato.

Di nicu lu patruzzu nun canuscìu,                       Da piccolo il padre non conobbe
appi la matri svinturata a latu ebbe                    ebbe la madre sventurata al fianco
campagna a lu duluri e a lu pinìu                       compagna nel dolore e nelle pene
cu' pani picca e cu stenti sudatu;                        con poco pane e con stenti sudato;
Cristu di 'n cielu lu binidicìu                              Cristo dal cielo lo benedisse:
ci dissi: «Figghiu, tu mori ammazzatu,              gli disse «figlio, tu morirai ammazzato;
a Sciara li patruna, armi addannati,                  a Sciara i padroni, anime dannate,
ammazzanu a cu’ lui libbirtati”.                        ammazzano chi vuole libertà”.

Salvatore Carnevale, detto Turiddu, era nato a Galati Mamertino il 23 settembre 1923. Venne ucciso a Sciara il 16 maggio 1955. Era diventato sindacalista da bracciante che era. Ma più d’ogni altra cosa, era diventato socialista. Era il 1954, in Sicilia le lotte contadine avevano trovato in lui un convinto sostenitore. Era stato al nord e da lì aveva importato altre esperienze. Tre giorni prima di essere assassinato la lotta strenua da lui sostenuta e alimentata aveva fatto ottenere le paghe arretrate ai suoi compagni lavoratori e il rispetto della giornata lavorativa di otto ore. La madre, Francesca Serio, si costituì parte civile nel processo e fu rappresentata dal futuro presidente della Repubblica, Sandro Pertini, e dagli avvocati Nino Taormina e Nino Sorgi. In 1º grado i tre imputati furono condannati all'ergastolo, in appello e in Cassazione il verdetto fu ribaltato e i tre imputati vennero elegantemente assolti.

Quella di Turiddu Carnevale è solo una delle tristi storie che Marina Romeo ha cucito assieme per farne un ordito di dolore, testimonianza e ribellione. Un campionario lodevolissimo di rivolta sociale e di indignazione politica, non rinunciando mai ad innalzare al Cielo il dolore, lo strazio e il coraggio, oltre l’illusorio paravento dei partiti politici e delle istituzioni d’ordinanza o dell’antimafia di carta (come di recente l’ha definita Rosy Bindi, a capo della Commissione nazionale antimafia).

Testi dolenti, delicati di parole umane e materne ma tremendi per volontà di non morire dopo la morte, di non soccombere al volgare grugnito della voce sociale della violenza della mafia (o di chi ne fa le veci) e di chi tali sistemi alimenta e rappresenta. Madri coraggio? Madri eroine? Madri di mafia? Mah? Come se esistessero "madri di bambini sintetici" (di cui al capitolo Dolce & Gabbana), madri di mafiosi, madri di bambini destinati ad essere antimafiosi. Madri sintetiche… Sintetici sono i mafiosi, sintetica è la mafia!

Ed ecco che Marina Romeo attinge alla sperimentazione tecnica della tragedia greca nella descrizione dei sentimenti, analizza l'evoluzione dei fatti narrati osservando il prologo, con un breve monologo espositivo: l'antefatto, lo stereotipo della donna figlia di un dio minore in Sicilia (minchia!).
La progressiva svalutazione del prodotto mafia è la tecnica comunicativa scelta da Marina Romeo, straordinariamente resa da Beatrice Damiano, Oriana Civile e Salvatore Barone.
Di Oriana Civile c’è da dire che, già ben conosciuta per le sue straordinarie qualità canore e di interprete del repertorio popolare siciliano (ma non solo), si è rivelata ottima attrice e straordinaria interprete. Le stesse parole di encomio valgono per tutti gli altri personaggi.

La nota assoluta del teatro messo in scena venerdì a Naso da Marina Romeo è il realismo psicologico assegnato ai personaggi. Eroi (o eroine) non protagonisti/e dei drammi raccontati ma madri vere e autenticamente guerresche, ribelli come ognuno dovrebbe essere e fare, scevre di conflitti interiori e facciate da salvare; protagoniste femminili di drammi maschili, come Andromaca, Fedra o Medea.

“Di mafia si muore sempre tre volte”, è purtroppo vero. Ma solo perché ogni volta si rinasce. E si rinasce nella propria coscienza e nella storia. Per ricordare al mondo che ci sovrasta, che madre è ben più di onorevole, di eccellenza, di eminenza grigia. Perché onorevole, vitalizio a parte, è pro-tempore, mentre madre è per sempre. Come il vitalizio ai corrotti!

m. m.

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