GIOVANI ITALIANI, FARE, FELICITÀ E FUTURO: LE TRE “F” DA RIMETTERE INSIEME

Dal Rapporto Giovani 2016 dell’Istituto Toniolo emergono aspettative, speranze e delusioni delle nuove generazioni italiane
MILANO, 10/10/2016 – Il fare, la felicità e il futuro sono le tre “F” sulle quali puntano i giovani italiani, almeno per i prossimi anni. Si tratta di un obiettivo importante, a maggior
ragione in un Paese come il nostro, che non è riuscito (finora) a costruire basi solide per
il futuro delle giovani generazioni. Non a caso, le principali tappe di transizione allo stato adulto - dall’autonomia dai genitori fino alla formazione di una propria famiglia e alla nascita del primo figlio - sono dilazionate nel tempo dai giovani italiani, rispetto a quanto avviene per i coetanei
europei. L’età media di uscita dalla famiglia di origine è attorno ai 30 anni nel nostro
Paese, mentre è inferiore ai 25 nei Paesi scandinavi, in Francia, in Germania e nel Regno Unito. In Italia meno del 12 percento dei giovani vive un’ unione di coppia tra i 16 e i 29 anni, la metà rispetto alla media europea (elaborazioni su dati Eurostat). Di conseguenza siamo diventati, assieme alla Spagna, il Paese con il tasso di fecondità più basso nella fascia entro i 30 anni.

È questo il quadro che emerge dal Rapporto Giovani 2016, realizzato dall’Istituto
Toniolo di Milano con il sostegno di Intesa Sanpaolo e Fondazione Cariplo,
presentato, giovedì 14 aprile all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Il Rapporto Giovani, in questi anni, è diventata la principale rilevazione continua italiana
sull’universo giovanile. La scelta della fascia d’età - centrata sui Millennials - rappresenta
una ben definita fase di vita: quella in cui si realizzano le prime scelte fondamentali per la
transizione allo stato adulto.

L’edizione 2016 del Rapporto è il frutto di una nuova fase di ricerca e mappatura, che è
partita nell’autunno 2015 con un rinnovato campione di 9.000 giovani tra i 18 e i 32 anni.
I temi chiave dell’indagine sono: lavoro, felicità, istituzioni, Europa e figure di
riferimento.
Il quadro che emerge dalle analisi raccolte nel Rapporto giovani 2016 parla, da un lato,
delle condizioni penalizzanti in cui i giovani si trovano a operare, e dall’altro della loro
voglia di esserci, di fare esperienze positive, di cogliere opportunità che dimostrino che
un futuro diverso è possibile.
Vediamo qualche esempio. Laddove in Italia 3 intervistati su 4 ritengono che nel proprio
Paese le opportunità offerte siano inferiori rispetto alla media degli altri Paesi sviluppati,
in Spagna si scende a meno di 2 intervistati su 3, meno di 1 su 5 in Francia e Gran
Bretagna, e meno di 1 su 10 in Germania. Di conseguenza, l’Italia è anche uno dei
Paesi in cui maggiore è la propensione ad andare all’estero per cogliere migliori
opportunità di lavoro.
Riguardo alla possibilità di trovare un impiego adeguato e realizzare i propri progetti di
vita, i giovani italiani sono diventati consapevoli negli ultimi anni dell’importanza di tre
aspetti: la disponibilità ad adattarsi; l’utilità di acquisire solide competenze al di là del
titolo di studio; l’attenzione al reddito (e alla sua continuità) prima ancora che alla
realizzazione personale.
Il 55 percento degli intervistati considera infatti la capacità di adattarsi l’elemento più
utile per trovare lavoro, seguito dalla solida formazione di competenze avanzate (20,1
percento) e infine dal titolo di studio (15,1 percento).
Il 91 percento degli intervistati concorda (molto o abbastanza) nel considerare il lavoro
come uno strumento volto a procurare reddito, cruciale per affrontare il futuro (88
percento) e per costruirsi una vita familiare (87,5 percento). Minore è la quota di chi lo
considera soprattutto una modalità di autorealizzazione (85 percento).
Difficoltà e incertezze pesano sulla visione del futuro e sulla fiducia sociale. In
particolare, chi si trova nella condizione di Neet vede il futuro pieno di rischi e incognite
nel 78 percento dei casi, contro il 72 percento chi di studia o lavora. Chi vede meno
grigio il futuro è soprattutto chi ha un lavoro a tempo indeterminato (65 percento).

Inoltre, il 71 percento dei Neet ritiene che gran parte delle persone non sia degna di
fiducia, contro il 66 percento di chi studia o lavora (si scende a 63,5 percento tra chi ha
un lavoro a tempo indeterminato).
Questa percezione di difficoltà e incertezza spinge al ribasso i progetti di vita, e
compromette la formazione di una nuova famiglia.
Il numero di figli idealmente desiderato, infatti, supera mediamente i due, ma nel tempo
si è ridotto sensibilmente il numero di bambini che si pensa di avere. Questo valore si
attesta intorno all’1,5, un dato che comunque è vicino alla media europea e sensibilmente
superiore al valore di 1,35 (il dato effettivamente osservato in Italia nel 2015).

Sull’intenzione di avere un figlio nei prossimi tre anni le analisi condotte nel
Rapporto confermano dunque l’importanza della condizione occupazionale. Non
avere un lavoro risulta, al netto di altri fattori, penalizzante nella scelta di avere un figlio.
Tale risultato assume particolare rilievo nelle regioni meridionali, caratterizzate da
maggiori intenzioni di avere un figlio, ma da minore possibilità di realizzare questo
desiderio. Conta inoltre non solo avere o meno un lavoro, ma anche la qualità del lavoro
stesso e la stabilità di reddito che offre. I risultati ottenuti mostrano come non solo i
Neet ma anche i lavoratori precari trovino rilevanti difficoltà nel completamente delle
tappe per il raggiungimento dell’età adulta.
Nel complesso, il lavoro è sempre più considerato un asse portante attorno al
quale poter costruire la propria vita.
Un altro fattore cruciale per i giovani italiani è il sostegno della famiglia, a
compensazione delle carenze degli strumenti di welfare, di orientamento formativo e di
accompagnamento al lavoro.

I dati e le analisi del Rapporto giovani mostrano come l’influenza dei genitori risulti nel
complesso maggiore in Italia – rispetto a Francia, Spagna, Germania e Regno Unito – sia
sul percorso di studio dei figli sia sulla scelta del lavoro e sulla carriera professionale.
Si accentua quindi il modello italiano di dipendenza dalla famiglia nel percorso di
transizione all’età adulta da parte dei giovani. Tutto questo però genera il rischio di
ritardare nei giovani italiani l’assunzione di un ruolo di piena cittadinanza, che sia
responsabile e attiva.

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