STRAGE VITTORIA: DEPOSITATE LE SENTENZE, LA GIUSTIZIA SI CONTINUA A MOSTRARE DAL BRACCINO CORTO

Depositate le sentenze della Corte di appello civile. Riconosciuti maggiori risarcimenti da una giustizia che tuttavia si continua a mostrare dal braccino corto

Palermo, 22 giu. 2017 - Sono state depositate le sentenze della Corte di appello in merito al risarcimento dei danni riconosciuti ai parenti di alcune vittime della strage di Vittoria, vittime difese dallo studio legale Nicosia sia in sede penale che civile. Le sentenze hanno avuto esito positivo per i parenti che avevano impugnato le sentenze di primo grado perché insufficienti erano i risarcimenti alla stregua della gravità dei fatti, del gravissimo danno morale esistenziale e dei parametri di risarcimento in uso nella giurisprudenza di riferimento per casi simili. Unitamente alla soddisfazione per l'esito positivo degli appelli, che hanno riconosciuto la fondatezza delle nostre richieste in punto di diritto, aumentando sensibilmente il risarcimento danni per 6 dei 7 assistiti che avevano proposto appello, non si può non avanzare qualche considerazione critica sulla misura e sulle argomentazioni di una giustizia arida e un po’ tirchia nel riconoscere l'entità del dolore delle vittime e che finisce, seppur con argute argomentazioni giuridiche, a condannare i colpevoli di strage in forma minore di quanto meriterebbe la loro ferocia ed il dolore che hanno recato a genitori e fratelli delle giovani vittime di questa orribile strage.

La Corte, accogliendo le richieste di 6 parenti, dichiara l'appello fondato in quanto "occorre tenere conto oltre all'entità della sofferenza e al turbamento d'animo anche la gravità del fatto. Nella specie, è indubbia la particolare efferatezza dell'evento la cui brutalità e ferocia ha certamente inciso sull'animo dei congiunti delle vittime innocenti, cosicché si giustifica uno scostamento dei valori medi applicati dal tribunale, per giungere ad una liquidazione che si avvicini ai massimi.."
La Corte riconosce, dunque, che sussistono tutti gli elementi per addivenire, nella forbice che vi è tra minimi e massimi di risarcimento, alla liquidazione massima, sussistendo l'efferatezza del fatto, la giovane età delle vittime e dei parenti, la massima ferocia degli autori del reato, l'innocenza delle vittime; ma anziché, come sarebbe conseguenziale, riconoscere il massimo previsto dalla giurisprudenza civile, che prevede anche che tale massimale possa essere addirittura sensibilmente aumentato nella ricorrenza dei superiori requisiti, finisce con il condannare gli autori a somme comunque inferiori ai massimi di circa il 20%.

Verrebbe da chiedersi: perché questo sconto ai condannati? Cosa bisogna subire di più feroce di quel che hanno subito le vittime di questa strage, per aspirare ad ottenere il massimo previsto dalla legge e dalla giurisprudenza? Quali altri torture morali devono subire i parenti oltre quelle che nel caso concreto sembrano veramente singolari e difficili da eguagliare in ferocia e gravità? Eppure questi massimi in caso di vittime istituzionali sono stati riconosciuti ed aumentati. Nessuna voglia di paragonare le giovani vittime innocenti della strage di Vittoria a quelle storiche e di alto prestigio istituzionale che hanno subito attentati similari ma più eclatanti per l'importantissimo ed inestimabile ruolo rivestito, ma il dolore dei fratelli e dei genitori non è eguale e non va egualmente risarcito a prescindere dal cognome che si porta e dal ruolo pubblico o privato che si è rivestito?

Uno degli appelli, inoltre, non è stato accolto perché il genitore da risarcire, che lamentava l'applicazione mediana dei criteri di risarcimento danni, aveva sette figli sulla base della seguente motivazione che definirei quanto meno singolare "l'importo liquidato è da ritenersi equo non potendosi prescindere dal considerare, in relazione all'entità della sofferenza morale, che il rapporto filiale si esplicitava nell'ambito di un contesto familiare comprendente sette figli, laddove la sofferenza sarebbe stata ben più grave e profonda ove si fosse trattato dell'unico figlio. In ordine al pur grave patema d'animo che la perdita definitiva di un figlio comporta, che mai potrà essere compensato con una somma di denaro, consente di ritenere equa la liquidazione del danno effettuata dal primo giudice "sic!!!” Ma può un genitore a cui è stato trucidato un figlio innocente leggere che lo Stato gli dice in buona sostanza che ucciso un figlio si può consolare con gli altri sei e che agli uccisori va fatto uno sconto di pena perché il genitore vittima ha avuto la responsabilità di mettere al mondo 7 figli? E, ad aggravare ancor più la cosa, si aggiunge che, siccome il patema per la perdita di un figlio è cosi grave che nessuna somma può ricompensarla, allora tanto vale non liquidare ulteriori risarcimenti? Argomentazione, questa, veramente singolare.

Ecco perché, nonostante il largo successo professionale degli appelli proposti in favore delle vittime, non si riesce ad essere pienamente soddisfatti di una giustizia che stenta a mostrare un volto più umano, quanto meno nelle parole che si scrivono in sentenza, e più generoso nei confronti di chi ha sofferto. Avara con le vittime, estremamente garantista con gli autori dell'eccidio. Noi preferiamo continuare a difendere le vere vittime affinché al massimo delle sofferenze vengano corrisposti effettivi ed umani riconoscimenti.


Commenti