Divario digitale dal Mezzogiorno alla Sicilia, un ostacolo strutturale allo sviluppo economico e sociale

  DIVARIO DIGITALE: SICILIA INDIETRO ANTOCI APRE IL CASO A BRUXELLES. Antoci: “Senza interventi concreti, Sicilia e Mezzogiorno rischiano di restare indietro anche nell’istruzione digitale.” Strasburgo, 29 aprile 2026 – Il persistente divario digitale tra le regioni italiane, con particolare riferimento al Mezzogiorno e alla Sicilia, continua a rappresentare un ostacolo strutturale allo sviluppo economico e sociale, incidendo in modo diretto anche sul sistema scolastico e sulle opportunità delle nuove generazioni. Per questo l’europarlamentare del Movimento 5 Stelle Giuseppe Antoci ha presentato un’interrogazione alla Commissione europea, chiedendo una valutazione aggiornata del fenomeno e misure concrete per ridurre le disuguaglianze territoriali nell’accesso alle tecnologie digitali e all’istruzione. “Secondo i dati più recenti – dichiara Antoci – l’Italia è ancora lontana dagli obiettivi europei sulle competenze digitali di base. Una situazione che diventa ancora più critica nel...

«Filastrocca delle parole per ferire» di Mimmo Mòllica

La «Filastrocca delle parole per ferire» di Mimmo Mòllica è particolarmente incentrata su quelle che il prof. Tullio De Mauro censisce come “le parole dell’odio” circolanti in Italia. Parole dell’intolleranza il cui catalogo “può essere forse istruttivo ma a tratti è ripugnante”. Proprio così, «ripugnante». Ma bisogna mettere i piedi nel fango, a volte, per aiutare ad uscirne.

«Filastrocca delle parole per ferire»

Uno «zulo» o uno «zulù»
è un uomo e niente più,
e il suo nome significa preciso
«gente del cielo», cioè del paradiso.

Per alcuni dire «zulù» però è un’offesa,
come dire befana alla marchesa,
ci son parole dette per ferire
parole che dovrebbero abolire.

Così baluba per dire incivile
oppure servo per dire servile,
barbaro che non è molto gentile,
zingaro, mammalucco,
ebreo, guascone o crucco.

Mongolo, negro, beduino, polentone
maumau, meridionale o anche terrone,
burino, cavadenti, sei un facchino,
cerebroleso, zoppo, sei un cretino.

Beccamorto, cafone, bottegaio,
cecato, nano, storpio, pecoraio,
omuncolo, sciacallo o anche scartina,
cozza, cretino, tonto, e poi cretina.

E ancora, deficiente, ritardato,
balordo, babbaleo, handicappato,
nullatenente, ebete, puerile,
verme, schifoso, porco ed incivile.

Scemo, testone, stupido, sei un fesso,
gobbo, imbecille, scorfano, sei un cesso,
deficiente, umanoide, finocchio,
somaro, asino, racchia o anche pidocchio.

Sono solo «parole per ferire»,
parole che dovrebbero finire,
parole di cui si può fare a meno,
«parole d’odio» da tenere a freno,
ma è l’odio che non riesce a farne a meno.

Mimmo Mòllica ©

Se l’odio non sa fare a meno delle parole

In «Le parole per ferire» il linguista Tullio De Mauro descrive le iniziative per contrastare in maniera sistematica “manifestazioni di intolleranza, xenofobia, razzismo e incitamento all’odio, a cui la rete permette di avere ampia risonanza”. De Mauro cita, in particolare il Consiglio d’Europa per avere “concentrato la sua attenzione sui discorsi e le parole dell’odio (hate speech e hate words). De Mauro censisce “le parole dell’odio circolanti in Italia: anche nell’odio le parole non sono tutto, ma anche l’odio non sa fare a meno delle parole”.
“Di queste parole dell’odio e dell’intolleranza - afferma il prof. De Mauro - il catalogo può essere forse istruttivo ma a tratti è ripugnante”. Proprio così, «ripugnante».
Ma “bisogna entrare nel fango, a volte, per aiutare gli altri a uscirne”, scrive Gianrico Carofiglio.
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Illustrazione di Prawny da Pixabay

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