“ANNATA RICCA”: MARTOGLIO A TINDARI, NÉ FEMMINICIDIO NÉ CAPORALATO

Annata ricca, massaru cuntentu, commedia di Nino Martoglio, scritta nel 1914, ampliata in 2 atti nel 1921. Al Teatro Antico di Tindari, ieri sera Tuccio Musumeci e la sua compagnia hanno messo in scena una frizzante versione. Sulla scena si canta in coro, si danza e si trova il tempo e il desiderio di recitare Lu Cummattimentu di Orlandu e Rinardu. Applausi per tutti

Tindari (Messina), 20/08/2016 – Si, è vero, Massaru Michelangelu concede mezz’ora ai vendemmiatori e alle vendemmiatrici la notte di San Michele per i propri interessi, sospettando che Grazia, la giovane e bella moglie, se la intenda e lo tradisca con Mariano, il malfidato e giovane carrettiere. Eppure in Annata ricca, massaru cuntentu, commedia di Nino Martoglio, scritta come atto unico nel 1914 ed ampliata in 2 atti nel 1921 (rappresentata postuma a Catania il 6 gennaio 1959) c’è una modernità che schianta questi ‘involuti’ anni tremila, in cui femminicidio e caporalato fermano gli orologi su modelli antichi più della cucca, assai più antichi del delitto d’onore e della stessa magnificienza del Teatro Antico di Tindari, dove ieri sera Tuccio Musumeci e la sua compagnia hanno messo in scena una frizzante versione di Annata ricca di Martoglio.
Almeno sulla scena, si canta in coro, si suonano le chitarre, si danza e si trova il tempo e il desiderio di recitare (e sentire recitare) Lu Cummattimentu di Orlandu e Rinardu, che Martoglio volle dedicare al celebre attore Giovanni Grasso, nella bellissima Centona.

Vidìti quantu po' 'n pilu di fimmina!
Dui palatini, ca su' du' pileri,
per causanza di la bella Angelica
su' addivintati du' nimici fêri.

Sulla scena… Ma è dal contesto umano e culturale di questa commedia di Nino Martoglio che trasuda la realtà faticosa, sì; tutta la fragilità della ‘carne umana’ di fronte alla creatura femminile, al fascino femminino, ma pure una umanità ricca di pulsioni umane, di rispetto per il padrone e pure per chi lavora. Certo, un rispetto che non lascia indietro l'interesse per i propri... interessi: ognuno tira il proprio filagno (filare), oggi come sempre.
Ma non c'è alito di caporalato in questa divertente e (al contempo) vibrante commedia di Nino Martoglio: vibrante di magagne e tresche, intrisa di carnali incontri notturni e tradimenti; di Giuda travestiti da carrettiere, da mogliettina (Grazia) o da tenera figlia assatanata di sesso e insospettata fedifraga (Pina).
Qua, nella commedia di Martoglio, le corna sono al centro ‘della scena’, e le metafore pure.
Animaletti notturni predatori e rapaci (‘a paddottula) e insetti schifosi assumono il ruolo (umano) di temibili nemici sempre in agguato, ognuno dei quali dotato di poteri malefici da tenere sotto controllo, a costo di indurre Mastru Filippu (Miko Magistro) ad acquattarsi fuori, all’aperto tutta la notte, per impedire (o sgamare) la tresca più temuta da Massaru Michelangelu (Tuccio Musumeci): quella della mogliettina Grazia con il carrettiere Marianu, l’amante della moglie del padrone, seduttore di moglie e figlia (all’ingrosso). E Mastru Filippu sta acquattato nel buio, armato fino ai denti di una quartara di vino: "Vivi Filippu. E io vivo!". (I non catanesi sostituiscano la 'b' alla 'v').  

Haju firriatu Punenti e Livanti,
Ginevra, Francia, ‘Talia ed autri punti:
E Curnelii nn’hè vistu ‘un sacciu quanti,
Ma ‘ntra tutti lu paliu tu lu cunti;
Ca li to’ corna sunnu longhi tanti,
Ca pri fina a lu celu sunnu junti,
E pri putirici stari li santi,
Cci bisugnaru sirrari li punti.

Ho visitato Ponente e Levante, / Ginevra, Francia, Italia ed
altre nazioni: / E Cornelii ne ho visti non so quanti, / Ma
fra tutti il palio tu lo conti; / Perchè le tue corna son
talmente lunghe, / Che fino in cielo sono giunte, / E per
poterci stare i santi, / E’ stato necessario segare le punte.


E in tutto questo Massaru Michelangelu dorme, o cerca di dormire. Ma certo non rimane acquattato la notte (né il giorno) con lupare e ‘ferramenti’ vari, atti al delitto d’onore. Allo stesso modo, vendemmiatori e vendemmiatrici, pestano, si danno da fare, hanno le gambe e i piedi a pezzi per il tanto pestare (l’uva), eppure le atmosfere moderne del caporalato e del barbaro sfruttamento del lavoratore, non solo non appaiono né si percepiscono, ma in tale rapporto ‘sindacale’ si avverte semmai la subalternità della ricchezza e del benessere, che qua c’è e là manca, del ruolo di chi comanda e di chi obbedisce, ma in un disegno dolentemente umano, tuttavia rispettoso, ad un livello di umanitudine che lascia il tempo e la volontà per festeggiare perfino l’onomastico di Massaru Michelangelu, il padrone.
Lo spettacolo ha come protagonisti Tuccio Musumeci e Miko Magistro, sul palcoscenico assieme a Margherita Mignemi, Lorenza Denaro, Evelyn Famà, Lucia Fossi, Roberto Fuzio, Enrico Manna, Claudio Musumeci, Luigi Nicotra, Alessandro Pizzimento, Marina Puglisi, Giampaolo Romania, Laura Sfilio, Giovanni Strano, Giorgia Torrisi. Coreografie di Silvana Lo Giudice. Regia di Giuseppe Romani, musiche di Matteo Musumeci.
Bella la messinscena di Giuseppe Romani, interessanti le trovate musicali di Matteo Musumeci e le coreografie di Silvana Lo Giudice. Straordinari, come sempre, Tuccio Musumeci e Miko Magistro. Applausi.

m. m.

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